Brutto segnale quello arrivato da Roma nei giorni scorsi: mentre sul territorio lombardo i lavoratori, i pensionati e comunque la stragrande parte della popolazione tira la cinghia, costretta persino a rinunciare a serate in trattoria e obbligata dalla crisi economica a periodi di ferie sempre più ridotti, a Roma il gruppo dirigente della LEGA NORD, evidentemente distrutto dopo un anno di impegni politici e desideroso di festeggiare l'inizio di lunghe vacanze, si e' recato presso uno dei ritrovi più prestigiosi della capitale, Villa Aurelia.
Circa 200 persone hanno sontuosamente banchettato alla faccia di coloro che nella nostra Terra li hanno eletti per rappresentare le istanze del Nord.
Quanto lontani sono i tempi delle foresterie romane e delle frugali cene in pizzeria….
Anche da questi segnali, pur senza scendere nel qualunquismo, si può notare come la LEGA NORD sia ormai molto ben inserita nel sistema politico italiano e quanto sia distante dalla propria base elettorale.
Anche dalla nostra Terra giungono pessimi segnali: evitando facili speculazioni sul coinvolgimento di esponenti della Lega Nord nelle inchieste riguardanti la presenza della criminalità organizzata in Lombardia, e' notizia di oggi che un Sindaco leghista del Comasco, e nella fattispecie del comune di Bregnano, si sia triplicato lo stipendio.
Ora, comprendiamo che chi si occupa della cosa pubblica debba essere giustamente remunerato, ma troviamo di pessimo gusto, nonchè contrario ai principi in base ai quali i Lombardi ancora ripongono le loro speranze nella Lega Nord, che proprio in questi momenti di ristrettezze qualcuno approfitti dell'incarico affidatogli per rimpolpare le proprie casse.
Ma come, i Comuni strepitano, e giustamente, per i tagli che Roma impone loro, penalizzando i servizi alla popolazione, e poi ci triplichiamo lo stipendio? Non ci siamo, cara Sindaco di Bregnano……
E anche da tutti questi episodi, che sembrano slegati fra di loro, ed invece rappresentano una efficace cartina di tornasole, che i Lombardi dovrebbero finalmente capire quale incredibile messa in scena ha messo in campo la classe dirigente della Lega, con il popolo a parole ma lontanissima dallo stesso a fatti.
APRI GLI OCCHI, LOMBARDO……. E SVEGLIATI
SOLO L'INDIPENDENZA TI PUO' RIDARE ORGOGLIO, RISPETTO E SERENITA'
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
23 luglio 2010
La maxi retata di esponenti della criminalità organizzata effettuata nei giorni passati in Lombardia non ha colto di sorpresa quanti, come il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, da tempo denunciano la presenza sul territorio lombardo di importanti focolai di criminalità d'importazione.
Certamente ora apriranno gli occhi tutti, anche coloro che ridevano delle nostre ripetute denunce, non cogliendo la realtà delle cose, soprattutto in quella parte dell'hinterland milanese che sconfina nella Bassa Brianza.
Qui era a tutti evidente la presenza di organizzazioni criminali, giunte nelle nostre terre in occasione del formidabile processo di immigrazione interna corrispondente con il boom economico e immobiliaristico dei decenni passati, veri e propri anticorpi inseritisi nella società lombarda fatta di piccola e media industria ed artigianato.
Tutto ciò, grazie alla connivenza di buona parte della classe politica e delle nuove leve del mondo delle amministrazioni locali, direttamente o indirettamente in combutta con i nuovi arrivati.
D'altra parte, tutto questo e' il Sistema Italia, da noi spesso indicato come il male principale che ha colpito la nostra Regione e dal quale invitiamo spesso i cittadini lombardi a sfuggire.
Questa vera e propria Piovra politico-criminale , sconosciuta nei secoli dal nostro Popolo, e con la quale oggi i Lombardi devono confrontarsi quotidianamente.
E quello che stupisce ancora di più è, a parte le roboanti interviste del ministro degli Interni romano, l'assordante silenzio in sede locale del partito che si vanta di essere l'espressione del Popolo del Nord; molto probabilmente l'assidua frequentazione nelle amministrazioni locali e regionali con esponenti di altre forze altamente inquinate dal fenomeno criminale ha lasciato il segno. Come mai non si organizzano manifestazioni, fiaccolate ed altro contro la Piovra?
Tutto tace e fa pensare i Lombardi più avveduti……
Da parte nostra, una sola risposta, una sola cura
VIA DALL'ITALIA LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
15 luglio 2010
Ieri 10 Luglio 2010, le piazze di Barcelona hanno visto la presenza di oltre un milione di Catalani che hanno inteso alzare in modo assolutamente democratico e pacifico la loro voce contro lo Stato Centrale Spagnolo.
La scintilla che ha fatto esplodere questa storica protesta e' stata la bocciatura del nuovo Estatut da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid.
Politici di ogni tendenza, intellettuali, uomini pubblici e persone semplici sono state ieri accumunate da un'unica richiesta: INDIPENDENZA.
Quella che e' economicamente e culturalmente la Regione trainante della penisola iberica non desidera più far parte del Regno di Spagna e la sua Gente ieri si è fatta sentire molto bene dalle Autorità centrali.
Ieri è stata la dimostrazione di quanto andiamo sostenendo da tempo: le cosiddette Piccole Patrie europee si sono svegliate e vogliono contare in questa Europa un po' allo sbando; le loro antiche tradizioni, le loro lingue e le loro posizioni economiche che sono riuscite a costruire nei secoli non devono andare disperse a causa di Stati di formazione ottocentesca che non riescono più a schiavizzare i loro cittadini.
Un saluto quindi dal FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA ai Fratelli Catalani e ai loro rappresentanti politici che ieri hanno sfidato le ire di Madrid, non ultimo l'ex Presidente del FC Barcelona, Joan Laporta, che alla testa del suo nuovo movimento Democracia Catalana vuol giocare la sua parte per la Liberta' della sua Terra.
VISCA CATALUNYA LLIURE LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
11 luglio 2010
Mentre a casa nostra il pastrocchio “federale” prosegue il suo iter, con segnali spesso contraddittori, in alcuni Stati europei che hanno sempre vantato questo modello costituzionale si fa sempre più profonda la crisi di carattere istituzionale e quindi viene sempre più messa in discussione l'opzione federale stessa.
Tralasciando di analizzare la situazione belga, con lo Stato ormai alla disfatta e con sempre più evidente lo scollamento fra i Popoli che ne fanno parte, vorremmo puntare l'attenzione sul Regno di Spagna e sulla Catalunya in modo particolare, due realtà spesso portate ad esempio del buon funzionamento di un moderno stato federale.
La particolarità della Costituzione iberica, e cioè quella del cosiddetto “federalismo a velocità variabile”, è in questo momento messa a dura prova dalla decisione del Tribunale Costituzionale di Madrid che, dopo quattro anni di tira e molla, ha bocciato l' Estatut della Generalitat Catalana, approvato a suo tempo dall'Assemblea di Barcelona e già abbondantemente corretto e patteggiato con il Governo Centrale.
Tutto ciò ha portato al blocco del trasferimento di ben 14 competenze e ad una ribellione delle forze politiche e sociali catalane, con un fortissimo rilancio della proposta di Indipendenza e con l'indizione di manifestazioni pubbliche che si prevedono a forti tinte.
Ecco dimostrato, a nostro parere, il limite del Federalismo: il mantenimento dello Stato unitario, la richiesta e l'eventuale approvazione da parte dello stesso di competenze e risorse, in poche parole l'essere sempre a chiedere con il cappello in mano ciò che naturalmente, ai sensi del Diritto di Autodeterminazione dei Popoli, spetta ad ogni Comunità che si senta tale.
Saremo ovviamente al fianco, sia moralmente che fisicamente, dei Fratelli Catalani che stanno mobilitandosi per porre fine a secoli di ingiustizie e soprusi sulla loro Terra, rilanciando con forza anche a casa nostra l'impegno per la Libertà della Lombardia, Nazione libera in una libera Europa delle Piccole Patrie.
VIA DALL'ITALIA LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
5 luglio 2010
Alcune importanti testate giornalistiche delle provincie di Como e di Varese hanno svolto nei giorni scorsi dei sondaggi per conoscere la percentuale di lettori che avrebbero gradito un'ipotetica annessione alla Confederazione Elvetica confinante.
Orbene, questi sondaggi hanno dato risultati a nostro parere eclatanti: più del 70% dei lettori si sono dichiarati entusiasticamente a favore di tale opzione, un risultato che forse neppure i promotori dei sondaggi si aspettavano.
Ma una considerazione viene spontanea: è proprio voglia di Svizzera o è qualcosa d'altro che detta questa scelta?
Secondo noi, questi lettori non sono affascinati dalla bandiera rossocrociata o da Guglielmo Tell, ma semplicemente esprimono il proprio disgusto per ciò che oggi rappresenta l'Italia, il malgoverno, la tassazione eccessiva e ineguale, la mancanza di sicurezza e di certezza della pena, il modo del tutto mediterraneo insomma di concepire lo Stato e tutte le sue funzioni.
E preferiscono quindi la visione elvetica della pubblica amministrazione e dell'etica pubblica e privata, non molto diversa da quella da sempre presente sui territori lombardi.
Alla politica spetterebbe dare pronta risposta a costoro, ma ci permettiamo di esprimere il forte dubbio che la loro richieste saranno prese in debita considerazione, e a loro, ed a tutti i Lombardi, non resterà quindi che la scelta fra il continuo lamento e l'opzione Indipendentista da noi proposta.
PierGiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
25 giugno 2010
nell 'ambito del tentativo costante della politica romana di confondere l' elettorato lombardo, ormai giunto al limite di sopportazione a causa di dichiarazioni e controdichiarazioni, in queste ore i media stanno rilanciando l'apparente polemica fra il ministro romano Umberto Bossi e il presidente della Camera dei Deputati romana G.Franco Fini. Tutto pare girare intorno ad un dilemma ormai trito e ritrito: ma la Padania (leghista) esiste?
Polemica apparente, come dicevamo, in quanto rilanciata da due personaggi che, partendo da origini anti-sistema e estromessi a suo tempo dal cosiddetto arco costituzionale, ormai da anni fanno parte, e parte consistente, del mondo politico romano ed italiano.
Il primo, nonostante anche le ultime sparate propagandistiche ad uso interno del suo movimento, siede ormai comodamente sullo scranno ministeriale e, anche in occasione dell'ultimo intervento a Pontida, esclude totalmente la via secessionistica, invocata dai suoi militanti, per preferire, ed imporre anche alla parte sana della militanza, l'annacquato federalismo espressione della caldeloriana preparazione costituzionale.
Il secondo, proveniente dalla destra giovanile radicale, si è via via “normalizzato” assumendo incarichi istituzionali e diventando praticamente il portavoce di poteri forti e di politiche centraliste.
Due facce della stessa medaglia, l'Italia e l'italianità, che discutono praticamente del nulla, riempiendo però le prime pagine con finti battibecchi già visti in passato e conclusisi con grandi abbracci sotto l'ala protettrice del signore di Arcore.
Da tutto ciò, una sola cosa ci preme precisare: le posizioni del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA si possono definire assolutamente equidistanti da questo Giano bifronte della politica.
Non sappiamo se la Padania leghista esista, quello che è assolutamente sicuro è che la LOMBARDIA esiste, è sempre esistita, con proprie tradizioni, lingue e popoli.
E il nostro monito ai Lombardi rimane lo stesso di sempre: diffidate dei falsi profeti, da coloro che da vent'anni straparlano di eserciti padani, di padanità e di forme di autonomia da Roma, ma che nei fatti ed anche (talvolta) nelle parole sono chiaro strumento della formale tenuta dello Stato unitario.
L'unica strada era e rimane la RICHIESTA DI INDIPENDENZA DALLO STATO CENTRALE E CENTRALISTA, alla pari di ciò che, con notevole successo, sta avvenendo in altri parti di Europa e della stessa Penisola italica.
ADERITE AL FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
VIA DALL'ITALIA LOMBARDIA LIBERA
PierGiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
23 giugno 2010
Si è celebrata ieri quella che ormai potremmo definire l'annuale gita sociale della Lega Nord in quel di Pontida, teatro negli anni passati di manifestazioni di ben altro spessore ideale e morale.
Di fronte alla militanza, che tutti i media definiscono un po' attonita e scontenta, si è presentata la nouvelle vague del movimento ormai ben inserita nella politica italiana e che, secondo quanto dichiarato da un autorevole sottosegretario leghista di Roma, ha come compito attuale quello di tenere unito lo Stato italiano.
Il punto focale è stato il discorso del segretario il quale, evidentemente spiazzato dalla più recente mossa di Berlusconi, ha cercato di rassicurare i militanti sul fatto che il Federalismo è cosa sua e di nessun altro.
Ora, sorvolando sul personaggio nominato ministro dal Cavaliere (visitatore di S.Vittore ai tempi di Mani Pulite e attualmente sotto processo per la vicenda Fiorani/BPL, e forse proprio per questo promosso a livello ministeriale per sfuggire ad ogni atto giudiziario) e sul contenuto reale del provvedimento sul Federalismo approvato dal parlamento romano, vera scatola vuota di reali cambiamenti, non si può non notare la bizzarria di un politico che, per poter continuare a mantenere il proprio potere, antepone sempre la propria figura, ad ogni passo sospinto, a quelli che dovrebbero essere i principi guida del movimento stesso.
I cittadini lombardi, che già hanno dovuto fare i conti con un nepotismo di carattere prettamente mediterraneo con l'inserimento nel mondo politico di figli e famigli, ora assistono all'autocelebrazione di tipo nordcoreano del segretario leghista, a quanto pare unico depositario della verità federalista.
E tutto ciò con il solo fine di un bilanciamento di poteri all'interno di un governo inadeguato, incapace di risolvere i problemi dell'economia e quelli della pubblica moralità, ma solo sempre pronto a spremere i Popoli delle nostre Terre.
E' infatti significativa l'assenza sul palco di Pontida dei Sindaci, penalizzati duramente dalla politica economica romana e dai quali poteva arrivare un qualche rimprovero alla dirigenza leghista.
Che differenza abissale con tutti coloro che, in ogni luogo del mondo hanno lottato per la Libertà del proprio Popolo sacrificando vite, denari, affetti familiari e carriere.
SVEGLIA POPOLO LOMBARDO, HAI SUBITO FIN TROPPO DALL'ITALIA E DAI SUOI SERVI IN CAMICIA VERDE NON FARTI PIU' AMMALIARE DALLE SIRENE DI CHI, DOPO DECENNI DI PROMESSE, TI HA CONSEGNATO SEMPRE PIU' IN OSTAGGIO A ROMA
ADERISCI AL PROGETTO INDIPENDENTISTA LOMBARDO
VIA DALL'ITALIA LOMBARDIA LIBERA
PierGiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Fatta piazza pulita delle mistificazioni patriottarde e delle evidenti distorsioni delle vicende risorgimentali operate da chi voleva, e vuole tuttora con meschina caparbietà, proporci l'idea di un Risorgimento oleografico,molti dubbi insorgono comunque su alcune delle figure che continuano a popolare le pagine dei libri di storia e a riempire le bocche dei politicanti.
Tra queste vi è sicuramente la figura del conte di Cavour, celebre ministro sabaudo, solitamente considerato il vero trionfatore del Risorgimento in virtù dell'imposizione della forma monarchica, sconfiggendo il repubblicanesimo mazziniano
e blandendo le velleità garibaldine.
Non v'è dubbio che Camillo Benso conte di Cavour sia stato il demiurgo del processo risorgimentale ma ciò non implica che
effettivamente il suo progetto abbia trionfato in toto, anzi alcuni indizi potrebbero spingerci a pensare che egli si sia dovuto adeguare a certi compromessi che hanno quanto meno viziato il suo piano iniziale, cosa che lo stesso conte è stato comunque abile a mascherare.
Peraltro la memoria storica del Cavour si perpetua illibata anche perché la sua prematura morte, il 6 giugno 1861 a soli 51 anni, gli permise di godere del periodo trionfante del Risorgimento e di non avere sulla coscienza invece le difficoltà dei primi decenni di Regno.
Cerchiamo comunque di tracciare un quadro riassuntivo della figura del Cavour.
E' singolare notare come alla base dell'esperienza esistenziale e delle scelte politiche di Cavour vi sia, come per tanti altri personaggi del Risorgimento, l'influenza della cultura e del pensiero calvinista ginevrino.
Dalla città svizzera proveniva infatti la madre del Cavour, Adele di Sellon, andata in sposa a Michele e, in seguito, convertitasi al cattolicesimo nella forma eterodossa del giansenismo.
Non bisogna trascurare infatti l'influenza religiosa del calvinismo ginevrino nelle vicende risorgimentali, spesso tramite
l' “innocuo” medium della cultura, tanto che lo storico Giorgio Spini si è spinto a dire che “per la maggior parte degli spiriti magni del primo liberalismo italiano […] non sia neppure pensabile una biografia, ove si
prescinda da influenze ginevrine”.
Oltre al Cavour, bisognerebbe ricordare le biografie di Manzoni o Viesseux, o ancora con maggiore evidenza la circolazione
e il successo che ebbe tra i futuri patrioti risorgimentali il famoso Storia delle repubbliche italiane nel Medioevo di Sismonde de Sismondi, nel quale la storia degli stati italiani dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (1492) era tracciata emplicisticamente come storia di una decadenza da cui si doveva risorgere in un processo unitario.
Ad ogni modo il giovane Cavour, compiuta la sua istruzione nel Genio militare,preferì far precedere alla carriera politica
un formativo grand tour alla rovescia: se nel XVII e XVIII secolo i nobiluomini inglesi scendevano attraverso la Francia per visitare i principali centri della penisola, Cavour, che mai si sarebbe spinto a sud di Firenze, preferì visitare
Francia e Inghilterra per apprendere dal vivo le nuove teorie economiche, i nuovi sistemi di produzione e le tecnologie da importare nelle sue terre.
In realtà le conoscenze acquisite nei paesi già toccati dalla rivoluzione industriale non risultarono nell'immediato particolarmente proficue per il giovane ambizioso piemontese.
Nel 1837, quando ancora abitava a Parigi, il Cavour aveva incominciato a giocare in Borsa ricavandone anche discreti
profitti sennonché due soli anni dopo un azzardato investimento speculativo, in una situazione di incertezza economica generata dalla crisi politica legata alla politica estera francese, azzerò l'intero profitto di tre anni d'investimento.
Il conte aveva infatti creduto nella risolutezza del governo francese nel ricercare il conflitto, tentando così una speculazione al ribasso, ma pochi giorni dopo prevalse la linea pacifica suggerita dall'Inghilterra cosicché Cavour vide sparire la sua fortuna e si vide inoltre caricato di un debito di 45.000 franchi, che prontamente il padre si premurò di saldare in
seguito alle disperate invocazioni epistolari del figlio.
Negli stessi anni fu poco felice anche l'esordio del conte nell'imprenditoria, in particolare in quella ferroviaria e di navigazione fluviale.
Si lasciò attrarre infatti dalla fortuna che stavano ottenendo in Savoia alcune società che già avevano sperimentato la navigazione sul Rodano e si accingevano a entusiasmanti progetti consistenti nello scavo di canali e di ferrovie sulla terraferma.
Acquistò così 20 azioni della società Savoyarde diventando anche rappresentante degli azionisti piemontesi e milanesi.
Purtroppo la società si dovette scontrare con problemi finanziari e tecnici enormi tanto da accontentarsi di utilizzare i binari con carrozze a trazione animale anziché locomotive e alla fine di abbandonare anche la navigazione fluviale, per la quale erano stati acquistati due battelli, a causa dell'abbassamento del livello delle acque.
Non sazio della cocente sconfitta nel 1842 Cavour si aggiudicò i beni della disciolta società per fondarne un'altra al fine di costruire una ferrovia tra Chambery e il lago di Bourget.
Per qualche tempo la ferrovia funzionò ma presto costi di manutenzione si assestarono ad un livello molto superiore rispetto
ai profitti, tanto da spingere il consiglio d'amministrazione a sciogliere la società, smantellare la ferrovia e vendere il materiale.
L'attività che invece consentì a Cavour di imporsi alla pubblica attenzione e, in tal modo, di obnubilare i precedenti vergognosi insuccessi, fu invece la proficua amministrazione e la gestione della tenuta agricola di Leri nel Vercellese, insieme alla fondazione del periodico “Risorgimento” in compagnia di Cesare Balbo.
Nel 1848 così Camillo Benso poté ottenere uno scranno parlamentare, acquisendo fin da subito un notevole prestigio tanto da essere nominato nel 1850 ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina nel governo d'Azeglio, e l'anno successivo anche ministro delle finanze.
Il vero capolavoro politico di Cavour, che l'accreditò come guida del Piemonte sabaudo per i successivi dieci anni, fu però la spregiudicata tessitura politica che portò al celebre connubio con Rattazzi, cioè un accordo tra la destra e la sinistra moderata al fine di escludere la rappresentanza clericale, accordo che Denis Mack Smith ha considerato l'archetipo del trasformismo che avrebbe insudiciato la vita parlamentare del Regno d'Italia.
Naturalmente però la storiografia filo-risorgimentale ha sempre mostrato una certa ritrosia a giudicare le opere dello statista in maniera assolutamente spassionata: il fine guadagnato dall'azione politica cavouriana, cioè la conquista della penisola da parte della monarchia sabauda, è sufficiente a rendere intrinsecamente giusta
ogni singola mossa dello statista.
Pertanto davanti ad orecchie turate dalla cera del nazionalismo italiota sfrenato, o anche semplicemente dall'opposizione
allo status quo ante (che aveva ancora in sé barlumi della società d'ancien régime e controriformistica), risulta persino inutile segnalare quanto l'operazione di Cavour che più servì a guadagnare la simpatia francese e inglese al progetto sabaudo, cioè la partecipazione alla Guerra di Crimea, sia in sé non troppo diversa dall'intervento italiano nella Seconda Guerra Mondiale fortemente voluto da Mussolini.
In entrambi i casi si trattò della partecipazione ad uno scontro non tanto in relazione alle finalità dello scontro stesso, quanto per ottenere guadagni territoriali del tutto marginali rispetto alla guerra stessa.
Anzi, per certi versi, mentre la Seconda Guerra Mondiale non poteva che coinvolgere, direttamente o indirettamente, tutti gli
stati europei, la guerra di Crimea risultava uno scontro molto più limitato territorialmente che il piccolo Piemonte avrebbe potuto tranquillamente ignorare, anziché mandare un contingente di 15.000 uomini solo per sedersi al tavolo dei vincitori nella Conferenza di Parigi.
La spregiudicatezza di Cavour non pare troppo differente da quella di Mussolini, diverso fu solo l'esito della partecipazione, che tanto spesso decide della sorte della memoria storica dei personaggi.
Per una valutazione storica equilibrata ci si dovrebbe porre inoltre una domanda che è stata sempre elusa: tenuto per vero (e tale forse non lo è necessariamente) che a causa di un indirizzo generale della politica europea gli stati della penisola avrebbero dovuto andare incontro ad un processo di unificazione, per meglio resistere economicamente e militarmente, perché proprio il Regno di Sardegna avrebbe dovuto avere la funzione di guida e accentratore (o meglio quella di conquistatore)?
Di solito si adducono motivazioni legate ad una supposta superiorità politico/economica rispetto agli altri stati italiani.
Sono veritiere?
In realtà la superiorità politica non è ltro che la forma liberaleggiante e massonica assunta dal Regno Sabaudo nel
decennio preunitario, e il conseguente rigurgito anticattolico che emerge dalla legislazione del periodo, atta ad accattivarsi la simpatie delle élites massoniche europee che in quel trono di tempo governavano in Inghilterra e Francia.
Sulla superiorità economica invece ci sarebbe molto più di che discutere in quanto è vero che Cavour aveva impresso, in coerenza con gli esempi che aveva potuto osservare nei suoi viaggi giovanili, una decisa svolta modernizzatrice all'assetto economico del paese, sviluppando per esempio la più estesa e capillare rete ferroviaria della penisola, ma è anche vero che gli interventi in campo infrastrutturale ed economico avevano svuotato le casse sabaude tanto da fare del Regno di Sardegna lo stato col più alto debito pubblico della penisola (dal 1848 al 1860 ben 1.024.970.595 lire di debito).
Cavour fu certo il personaggio che più di tutti ebbe il “merito” (o meglio la colpa) della formazione del Regno d'Italia ma credo si possa dire che, pur dovendogli riconoscere una capacità politica fuori dal comune, egli ebbe il coraggio di rischiare, a volte oltre il limite del buon senso proprio come nei suoi giovanili investimenti: la sua fu una scommessa in larga parte vinta, ma non si può evitare di valutare l'azzardo di tale scommessa.
La metafora dell'investimento è comunque molto più icastica e questa visione coincide peraltro con quella espressa in quel periodo da un politico molto addentro nelle vicende politiche sabaude, Pier Carlo Boggio.
Amico e sostenitore di Cavour, Boggio nell'aprile del 1859 nel pamphlet Fra un mese sostenne la necessità di entrare
in guerra contro l'Austria a tutti i costi e il più presto possibile, alla luce di un ragionamento molto semplice: tutte le spese che erano state affrontate nel decennio precedente e che rischiavano di strangolare la monarchia erano giustificabili solo come investimento per un risultato di ampia portata,ossia la conquista di nuovi territori, che avrebbero inoltre permesso di ripianare
queste spese.
L'intero pamphlet si basa su un'affermazione di una semplicità e sincerità ammirevole: “La pace ora significherebbe per il Piemonte la reazione e la bancarotta” e continua “La politica del Piemonte in questi anni sarà detta savia, generosa e forte – o improvvida, avventata e temeraria, secondo che ora avremo guerra o pace [...] Il Piemonte accrebbe di ben cinquecento milioni il suo debito pubblico: il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo; il Piemonte spostò la propria azione dal suo centro primitivo; il Piemonte impresse a sé medesimo un impulso estraneo alla sua orbita naturale; il Piemonte arrischiò a più riprese le sue istituzioni; il Piemonte sacrificò le vite di numerosi suoi figli, sempre in vista della gloriosa meta che si è proposto: il Riscatto d'Italia”.
Al di là dell'ultima parte, piuttosto ideologica e ipocrita, il resto illustra bene quale fosse stato l'azzardo di Cavour che sarebbe risultato poi, come a noi è ben noto, del tutto positivo.
E' bene porsi però un'ultima domanda: davvero il Risorgimento come si è realizzato corrisponde ai piani di Cavour?
E' difficile a dirsi e non è spesso semplice districarsi nelle parole di un politico abituato all'uso del doppio registro, privato delle lettere e pubblico dei discorsi, ma bisogna spendere alcune parole riguardo a questo argomento.
Come è ben noto dopo l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), col quale la Francia di Napoleone III lasciava il conflitto senza adempiere completamente alle condizioni degli accordi di Plombières, Cavour si dimise in segno di protesta.
Le dimissioni di Cavour non possono essere ridotte ad un semplice e astuto capriccio ma costituiscono bensì il segno di uno scacco che il conte riteneva potesse essere esiziale per l' adempimento del suo progetto.
Siamo soliti infatti pensare che i Savoia avessero voluto fin da subito mettere le mani sull'intera penisola e che quindi le condizioni pattuite a Plombiéres, cioè la divisione del territorio italiano in tre parti e l'attribuzione ai Savoia solo della parte settentrionale, fossero in realtà un inganno ordito contro l'ingenuo Napoleone III.
In realtà è molto probabile che le ambizioni e gli interessi di Cavour si limitassero solamente alla formazione di un Regno dell'Alta Italia, con la conquista del ricchissimo Lombardo-Veneto, le cui condizioni economiche e infrastrutturali erano omogenee a quelle avanzate del regno sabaudo con in più l'assenza del forte debito pubblico.
Il Cavour infatti temeva che un regno unitario peninsulare avrebbe costituito un'entità del tutto ingovernabile, data l'
incompatibilità dei popoli, delle loro condizioni e del loro sviluppo.
Ciò è evidente nelle parole scritte all'ambasciatore sabaudo a Firenze, Villamarina: “La razza cis-appenninica e non ha nessuna analogia con la razza etrusca.
Non si saprebbe come fonderle insieme.
Ciò che darebbero i trattati in questo senso sarebbe presto distrutto dalla forza delle cose”.
Cosa portò allora alla conquista della penisola?
Il tradimento francese perpetrato dopo la battaglia di Solferino e il forte interessamento strategico e commerciale che l'
Inghilterra aveva sulla penisola, convinsero Cavour nei mesi successivi ad ascoltare i richiami britannici e ad appoggiarsi all'unica potenza che avrebbe potuto offrire una soluzione all'impasse politico.
Per questo lo statista sabaudo acconsentì a ritornare alla guida del governo e, appoggiandosi sulla Gran Bretagna, si convinse di dover seguire l'unica via possibile: la conquista dell'intera penisola, di cui forse il Cavour continuava a non essere particolarmente convinto ma che la Gran Bretagna caldeggiava per eliminare l' ultima potenza concorrente nel Mediterraneo, il Regno di Napoli.
La prematura morte l'avrebbe poi tolto dall'imbarazzo di dover gestire quella situazione, tanto diversa dal progetto che aveva sostenuto.
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
21 giugno 2010
Leggiamo tutti i giorni sulle prime pagine dei maggiori quotidiani le accorate dichiarazioni dei Presidenti di Regione, fra le quali, sempre in evidenza, quelle dell'inossidabile Presidente lombardo Formigoni, in merito alla manovra fiscale attuata dal Governo italiano che metterebbe a serio rischio l'applicazione della riforma federale dello Stato.
Ora, noi che siamo stati sempre critici nei confronti del cosiddetto Federalismo approvato dal Parlamento romano, scatola vuota di contenuti e sostanza, colossale bluff di carattere elettoralistico attuato per confondere come sempre la maggior parte dei cittadini, non possiamo che esprimere un paio di considerazioni sulla vicenda.
Primo, deve essere ben poca cosa questo Federalismo, se un semplice aggiustamento di bilancio, anche se abbastanza gravoso, mette in dubbio l'applicazione di quella che doveva essere la Madri di tutte le riforme, nonché colonna portante dell'alleanza PDL-Lega Nord.
Secondo, non e' possibile a questo punto non denunciare a chiare lettere l'ambigua politica della stessa Lega Nord, che, tutta tesa nel conquistare nuove posizioni di potere, spaccia per già attuata la Riforma Federale sui propri media e sul territorio, mentre a Roma appoggia senza condizione alcuna tutti i provvedimenti del Governo Berlusconi, anche quelli evidentemente più penalizzanti nei confronti della popolazione Lombarda.
Coloro che negli ultimi decenni si sono autodefiniti paladini delle genti del Nord, si sono in realtà trasformati nei più severi difensori dello sfruttamento italico del nostro Popolo, nonché nei più affamati occupatori di pubblici incarichi, spesso gestiti solo per tornaconto personale.
LOMBARDI APRITE GLI OCCHI, BASTA CON LA RESA INCONDIZIONATA ALL'ITALIA E AI SUOI SERVI
VIA DALL'ITALIA LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
16 giugno 2010
In occasione di un convegno dal titolo “Nazione e Stato. L'Italia di Ricasoli e di De Gasperi” anche il presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, ha deciso di unire la sua voce ai latrati filo-risorgimentali che ormai da qualche mese riempiono la penisola di una fastidiosa cagnara, cui ha dato il via Giorgio Napolitano.
La defezione di molti “revisionisti”, sedotti dalle fusa governative se non attratti dal tintinnare dei soldi e dalla “serietà” dei convegni incravattati, ha tolto molte baionette all'assalto critico che il revisionismo avrebbe potuto fare con assoluta serietà e serenità.
La mancanza di una presenza sostanziale di queste voci permette invece alle sirene filo risorgimentali di strillare in continuazione e, per giunta, di assumere atteggiamenti che se non si possono dire disonesti sono quanto meno diseducativi.
Se infatti i discorsi filo-risorgimentali non volessero essere dei peana e delle autoincensazioni dovrebbero quanto meno attenersi a due norme di “buona educazione” storiografica: distinguere con chiarezza i fatti storici dall'interpretazione degli storici ed evitare di cercare di influenzare il giudizio storico col ricorso ai fatti del presente, spesso presentati in chiave sentimentaloide più che realistica.
A queste norme non si è mai attenuto Napolitano nei numerosi discorsi sull'argomento e nemmeno Fini nell'occasione del suddetto convegno per la celebrazione del bicentenario dalla nascita di Bettino Ricasoli.
La prolusione in questione, per quanto breve, mette in rilievo questioni di un certo interesse e perciò merita qualche menzione.
Seppur nel contesto dell'ordinario insignificante vaniloquio d'occasione (“futuro di coesione, di libertà e di progresso”;”valori fondamentali […] di progresso economico e rigore morale, tra identità culturale e laicità dello Stato”; “combattere la disaffezione verso la politica […] colmare i ritardi nella modernizzazione del sistema-Paese”), Fini, o chi per lui ha scritto il discorso, ha lasciato trasparire la mens con cui interpreta il Risorgimento.
Sembra nel complesso che Fini, forse in virtù del suo incarico istituzionale, sia dominato da un eclettismo di fondo dagli ampi contenuti culturali che riesce a fare stare insieme in un'unica visione Ricasoli, de Gasperi, Mazzini, Cattaneo e Volpe.
Fini rivendica un ruolo liberatorio e palingenetico alla costituzione dell'Italia unita tanto da addivenire ad alcune affermazioni vacillanti se non addirittura ridicole.
Dire che i valori del Risorgimento “sono i valori di una sovranità nazionale che persegue una via di affermazione non contro ma in armonia con la civiltà dell'Europa liberale”, di fatto significa rendersi colpevole di un'affermazione che o è del tutto evidente oppure è una chiara mistificazione.
E' infatti evidente che i nazionalismi siano stati lo strumento utilizzato dai liberalismi per imporsi ed è altrettanto evidente che la vittoria finale dei nazionalismi liberali europei coincida con la Prima Guerra Mondiale e la distruzione dell'Impero Austro-Ungarico.
Ma un eloquio così entusiasta sembra nascondere che il progetto della civiltà liberale europea, ben lungi dall'essere stato conseguito pacificamente, sia stato realizzato attraverso rivoluzioni, guerre e sconvolgimenti che costarono la vita a milioni di persone: molto difficile pare pertanto parlare di “armonia”.
D'altronde se consideriamo rettamente i nazionalismi europei (liberali o di altro colore ideologico poco cambia), tra i quali è sicuramente da annoverare il nazionalismo risorgimentale italiano, non possiamo non constatare come essi abbiano avuto una funzione destabilizzante e non armonizzante dell'ordine continentale così come esso era stato realizzato nel Congresso di Vienna, tanto che la storia dell'Ottocento è stata storia di rivoluzioni nazionalistiche e liberali, più che di guerre.
A questi nazionalismi non si può peraltro non attribuire la responsabilità principale dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, alla quale è legata necessariamente anche la Seconda per il tramite dell'umiliazione della Germania voluta dal nazionalismo revanscista francese.
La cosa realmente interessante del disegno che soprassiede all'intero discorso è che l'ex-post-fascista Gianfranco accetta in pieno l'interpretazione continuista di Risorgimento-Repubblica già proposta in più occasioni da Napolitano (“Momento cruciale nel processo di trasmissione dei valori del Risorgimento nell'odierna Italia democratica e repubblicana è certamente stata la fase dell'Assemblea Costituente e della ricostruzione economica e civile nel dopoguerra.”).
Questa visione, del tutto ideologica e ridicola dal punto di vista storico, avrebbe dovuto essere completata con la terza R di mediazione tra le due, la Resistenza, di cui però Fini evita di parlare, anzi sembra addirittura voler avvalorarne una tesi contrapposta usando en passant il termine “guerra civile”.
Pare così che la visione finiana proponga una sorta di pacificazione nazionale che elide totalmente il problema del fascismo, comunque considerato negativamente (si cita solo di passaggio il carattere di “dittatura”), e che ritrova nell'Italia repubblicana, considerata in tutte le tendenze politiche, l'avveramento delle promesse risorgimentali (“La classe dirigente della ricostruzione avverte comunque il bisogno di riannodare i fili con l'Italia del Risorgimento.
Il richiamo alla stagione fondativa dello Stato unitario era avvertito, in vario modo, in tutte le culture politiche che concorsero alla scrittura della Carta costituzionale.), tesi che avvalora citando dalla sua parte anche De Gasperi, che si riteneva a sua volta continuatore dei cattolici liberali ottocenteschi (ne cita un discorso: “La libertà difesa dai cattolici […] ha integrato e sostanziato il pensiero della libertà politica che fu propria dei cattolici del 1848.
E' per questo che possiamo dire che questo secondo Risorgimento della patria si può riallacciare al Risorgimento nazionale”).
La vera chiave della lettura del pensiero finiano sul Risorgimento potrebbe essere però il riferimento esplicito a Gioacchino Volpe (“uno storico che mi è caro”), grande storico del Novecento, il quale come è ben noto aderì al Partito Nazionale Fascista ma guadagnò, anche grazie alla protezione accordata ad alcuni intellettuali antifascisti, una patente di benevolenza anche in seguito alla caduta del regime.
Volpe, molto vicino a Giovanni Gentile, nel 1927 scrisse un volume intitolato L'Italia in cammino nel quale dava la sua particolare interpretazione della funzione del fascismo nella storia italiana: questo doveva portare a compimento quella rivoluzione “liberale” che i liberali avevano abbandonato, votandosi a cause di partito o ad interessi personali.
In seguito ai Patti Lateranensi le speranze di Volpe nel Regime fascista vennero calando, essendo la pacificazione con la Chiesa in totale contraddizione col fascismo risorgimentalista da lui auspicato.
L'itinerario seguito da Volpe non fu raro nella cultura italiana dell'epoca: molti intellettuali legati al fascismo, tra cui anche molti discepoli di Gentile, si staccarono dal filosofo ministro dopo i Patti Lateranensi per passare poi, durante o dopo la guerra, all'antifascismo militante.
L'itinerario seguito da questi, come ha ben documentato e giustificato filosoficamente Augusto del Noce, è tutt'altro che incoerente in quanto segue il filo del risorgi mentalismo liberale anticattolico, che invece Gentile aveva abbandonato in quanto dominato dall'idea della pacificazione del Risorgimento (fascista) con il cattolicesimo.
In questa luce non può non apparire anche una certa somiglianza col cammino politico di Fini, riguardo al quale certamente va però tenuto in conto un opportunismo politico sicuramente superiore alla coerenza teoretica.
Ad ogni modo Fini non si esime anche dallo strizzare l'occhio a Vittorio Messori, cattolico conservatore sicuramente ostile al Risorgimento, il cui “Grazie all'Italia” citato, va però letto in chiave totalmente avulsa da ogni simpatia per il processo rivoluzionario risorgimentale, esprimendo più che altro una visione di italianità più vicina anche a quella proposta dal compianto professore Cesare Mozzarelli.
La mano tesa a tutti del presidente della Camera però si ritrae immediatamente stizzita di fronte a coloro che criticano il processo risorgimentale e la creazione del Regno d'Italia: nulla salus per i revisionisti!
Fini infatti dichiara con una certa convinzione: “E' bene però chiarire che la consapevolezza dei problemi storici del nostro Paese non deve in alcun modo fornire il pretesto per revisionismi antirisorgimentali fuorvianti e anacronistici”.
Ovvero studiate quanto volete tanto la conclusione è già scritta e a nessuno è permesso di oltraggiarla!
L'Ipse dixit finiano rincara inoltre la dose: non solo non è possibile criticare ma chiunque deve accettare l'assioma fondamentale del risorgimentalismo italiano.
Questo assioma, del tutto indimostrato, viene enunciato nella seguente frase: “deve rimanere chiara l'idea che l'impresa compiuta dalla generazione dei Cavour, dei Ricasoli e di tutti coloro che realizzarono l'unità d'Italia fu un'impresa grandiosa nella storia italiana ed europea”.
Che il risultato conseguito sia di grande portata (il che non vuol dire per forza di cose buono) è fuori discussione ma l'argomento postulatorio di Fini trascura del tutto i mezzi e le cause che portarono alla conquista sabauda della penisola, analizzando sbrigativamente solamente alcuni degli effetti.
L'unificazione amministrativa, varata proprio sotto il governo di Ricasoli nel 1865, è una delle scelte del governo italiano meno comprensibili alla luce della storia precedente e più che una sana scelta, sembra un'indebita applicazione del sistema francese delle prefetture a un tessuto sociale e storico totalmente differente.
La costruzione delle ferrovie, unico primato che l'indebitato Piemonte cavouriano poteva vantare rispetto agli altri stati italiani, fu una delle più lucrose risorse servite sul piatto d'argento dell'imprenditoria massonica “italiana” ed “europea” (tra coloro che ne ebbero l'appalto troviamo i nomi di Adami, Bastogi, Lemmi e Rotschild).
Il sistema scolastico e universitario unitario fu costruito tramite l'estromissione e la soppressione delle congregazioni religiose che fino ad allora l'avevano esercitato, in primis la Compagnia di Gesù, e votato fin da subito all'ideologizzazione delle masse più che all'educazione (vedi ad esempio la Storia della letteratura italiana di De Sanctis o le Lezioni di Settembrini).
Ancor più sprovveduta sembra l'affermazione che tutto questo sia stato fatto “confutando lo scetticismo di molti”; se tra questi molti intendiamo infatti anche gli insorgenti del sud, la frase assume addirittura un aspetto sinistro in relazione al fatto che è ben noto come lo “scetticismo” dei “briganti” sia stato “confutato” con fucilazioni in massa, deportazioni e condanne a morte decretate con sentenze lombrosiane.
L'unico aspetto che può parere condivisibile è quello sulla rettitudine morale della Destra storica (trascurando evidentemente le implicazioni morali degli eccidi perpetrati al sud) che risplende però soprattutto in opposizione alla corruzione della Sinistra, addestrata da quel “Abbiamo fatto l'Italia, ora facciamoci gli affari nostri” mirabilmente messo per iscritto dalla caustica penna di De Roberto.
Più seria e attenta sembra invece la riflessione sulla realizzazione del modello centralista anziché quello autonomista e federalista.
Fini evita di esprimere il giudizio personale sull'opzione centralista (“Non c'è dubbio che si tratti di una seria questione storica, che deve essere affrontata nella sede che le è propria, cioè quella della scienza storiografica.
Spetta agli studiosi rispondere alla domanda del perché fu scelta una strada invece che un'altra”), la quale comunque gli pare giustificata da “minacce all'unità” e “condizioni sociali e politiche”.
Parrebbe che anche in questo caso il riferimento sia alla guerra civile scoppiata al sud che fu evidentemente anche una minaccia all'unità.
Ad ogni modo, pur ricordando come “una parte significativa della prima classe dirigente dell'Italia unita sarebbe stata favorevole all'autonomia e al decentramento”, il presidente della Camera evita di segnalare come la sconfitta delle tendenze federaliste, e in particolar modo del progetto redatto da Minghetti che avrebbe sancito un assetto federale in cinque macroregioni, fosse stata una delle cause di una profonda rottura all'interno della classe dirigente. Indubbia mi pare invece la pretesa finiana di riportare, contro ogni acritica fantasia leghista, Cattaneo al suo giusto milieu risorgimentale: il federalismo di Cattaneo non è assolutamente in antitesi con l'unificazione italiana ma rappresenta unicamente un modello di organizzazione territoriale all'interno di una cornice italiana.
In definitiva anche il discorso di Fini ha un pregio evidente: il federalismo avrebbe potuto essere una proposta accettabile (non è comunque possibile valutare quanto migliori sarebbero stati gli effetti) ma è inutile fantasticare e sproloquiare su di esso come fa la Lega!
A cura dell'Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
15 giugno 2010
In un paese dove spesso anche la tragedia si trasforma in farsa, e viceversa, colpito come altri e forse più dalla colossale recessione economica mondiale, stiamo per assistere all'ennesima sceneggiata di carattere mediterraneo.
Stanno per iniziare infatti gli impegni dell'italica nazionale ai Campionati del Mondo di Football che si svolgono in Sudafrica e quindi tutta l'attenzione dei media verrà spostata su questo argomento: addio pensionati che tirano la cinghia, addio operai cassaintegrati, addio piccoli imprenditori costretti a chiudere le proprie fabbriche, tutti voi sarete dimenticati e sacrificati sull'altare delle imprese degli azzurri pedatori, come li definiva il gran Lombardo Gianni Brera.
E la classe politica italiana sarà in prima fila in tale titanico sforzo, abbandonando le discussioni in merito ad economia, rigore morale e riforme costituzionali, per disquisire amenamente di tackle, fuorigioco o formazione tipo.
Ma in quest'occasione dobbiamo notare come gli italici pallonari siano già assurti al ruolo di eroi nazionali a causa di una loro mirabile iniziativa: quella di devolvere parte dei loro compensi non in beneficienza, non in aiuti alla popolazione allo stremo delle forze, bensì all'organizzazione delle celebrazioni della ricorrenza dell'unita' italiana.
Eccoli, i nuovi eroi della Patria, ecco coloro che si sono conquistati un posto nel Pantheon romano, con la benedizione del Presidente di questa sfortunata penisola, tanto preso per i preparativi della celebrazione unitaria da non accorgersi di quello che avviene tutti i giorni e di come la popolazione sia ormai vicina al rifiuto totale nei confronti di una Casta di cui lui ovviamente fa parte.
Sicuramente, e aggiungiamo purtroppo, anche la maggioranza dei Lombardi si unirà in quest'anelito tricolore che raggiungerà ogni angolo grazie alla battente campagna mediatica, dimostrando una volta di più di far parte di un Popolo distratto ed un po' credulone, pronto a dimenticare in un attimo tutte le offese arrecate alla propria Tradizione, alla propria Terra ed alla propria Economia.
Confidiamo invece in quella, sicuramente minoritaria, parte di Lombardi che sapranno usare la propria testa e non si faranno ancora turlupinare dalla propaganda italiana, alzando, anche in questo periodo di pandemia calcistica, la loro voce per richiedere l'Indipendenza da Roma.
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
14 giugno 2010
Tra qualche giorno l'occasione della festività giacobina del 2 giugno riverserà sulla carta stampata e sugli schermi televisivi gli sproloqui patriottardi dei politici e in particolar modo di Napolitano il quale, sicuramente, non verrà meno nel segnalare il (fantasioso?) legame Risorgimento-Repubblica.
Nel frattempo non ci resta che ricordare come negli ultimi giorni di maggio di centocinquanta anni fa (26-30 maggio 1860) uno dei fatti più importanti e paradigmatici dell'avanzata garibaldina a sud aveva luogo nella città di Palermo.
Importante perché la presunta vittoria garibaldina a Palermo consegnò alle camicie rosse l'isola, paradigmatica perché alcuni fatti e dati inoppugnabili dipingono con esattezza le cause della facile penetrazione in Sicilia del generale Garibaldi.
Innanzitutto è significativo segnalare la disparità delle forze in campo: il generale borbonico Lanza aveva nelle sue schiere 21.000 soldati, guidati da ottimi ufficiali come Beneventano dal Bosco e Von Mechel, mentre il nizzardo poteva contare su 900 dei suoi volontari e qualche migliaio di pavidi picciotti forniti dalla mafia.
La disparità di numero e preparazione non giustificherebbe ad alcuna condizione normale la vittoria delle camicie rosse.
Infatti tale vittoria sarebbe inspiegabile anche qualora si tenesse conto del successo di alcune manovre diversive di Garibaldi, capaci di depistare Beneventano dal Bosco e Von Mechel.
Nemmeno ci si può basare sul coraggio garibaldino: non tutti i volontari erano come Bixio che continuò ad attaccare Porta Termini levandosi un proiettile conficcato nella spalla.
Qualche ragione sarebbe da ricercare negli evidenti errori del generale Lanza che a una disamina dei fatti paiono in verità più che altro palesi misfatti.
Il settantacinquenne generale non aveva sicuramente guadagnato i gradi sui campi di battaglia, dove le sue prestazioni erano state perlopiù disastrose, come nel 1849 a Palestrina sempre contro Garibaldi.
Era d'altronde una condizione tipica dell'esercito borbonico quella della gerontocrazia ma Lanza aveva una carta in più da spendere: la sua affiliazione alla massoneria inglese.
Le logge massoniche palermitane erano cresciute a dismisura negli ultimi anni schierandosi tutte dalla parte della Rivoluzione italiana e, come è noto, anche Garibaldi aveva collezionato affiliazioni sin dagli anni della sua residenza sudamericana.
Una volta entrato a Palermo Garibaldi e avrebbe ottenuto una promozione dal 4°al 33° grado dal Grande Oriente e la nomina a Gran Maestro della loggia di rito scozzese.
Se Lanza quindi preferiva l'obbedienza di loggia a quella al legittimo sovrano, Garibaldi poteva contare sul sostegno logistico inglese: mentre molte navi del generale Mundy transitavano per il porto di Palermo, un agente britannico con la tessera di corrispondente del Times, Ferdinand Eber, faceva la spola dalla città all'esercito garibaldino, fornendo al Garibaldi preziose informazioni belliche e gli ordini provenienti dal Mundy.
La mattina del 26 maggio addirittura tre ufficiali del vascello Iroquois, che al termine dello scontro avrebbero rifornito le camicie rosse di polvere da sparo, andarono in visita presso l'accampamento di Garibaldi a Mislimeri.
Quella notte stessa, sfruttando la sguarnita difesa di Porta Termini, Garibaldi portò l'attacco a Palermo, riuscendo il giorno successivo a guadagnare il centro della città e prendere tranquillamente dimora nel Palazzo Pretorio, senza che Lanza nei tre giorni successivi utilizzasse alcuna delle sue truppe per scacciare i rivoluzionari da Palermo, addirittura lasciando sulla nave i rinforzi provenienti da Napoli il 29 maggio e bloccando il tentativo di conquista della città da parte di Von Mechel e Del Bosco.
Se aggiungiamo che, senza alcun palese motivo, Lanza ordinò di cannoneggiare i quartieri popolari facendo 600 morti tra i civili e nemmeno uno tra i garibaldini, possiamo tranquillamente affermare che l'agire del generale borbonico è il tipico comportamento, nemmeno troppo celato, del traditore.
E che tradimento sia stato ce lo conferma il fatto che, senza aver più sparato un colpo di fucile dal 27 maggio, il 30 maggio chiedesse un armistizio a Garibaldi, con la “disinteressata” mediazione dell'ammiraglio Mundy, e decidesse il 6 giugno di capitolare definitivamente domandando il solo onore delle armi.
Tra le condizioni di resa l'occupazione del palazzo del Banco delle Due Sicilie è sicuramente originale ma del tutto giustificata: Garibaldi fece prelevare da Crispi una cifra da 1.000.000 a 5.000.000 di scudi, perlopiù da depositi di privati cittadini, rilasciando addirittura un'ironica ricevuta con causale “spese di guerra”.
Così nelle successive settimane le truppe napoletane furono costrette a lasciare l'isola con aperta diffidenza per l'operato del Lanza e anche un po' di seccatura per la misera scena recitata di fronte alle scalcagnate truppe di occupazioni.
A Lanza non vennero risparmiati sberleffi dalla truppa e, come vogliono alcune testimonianze, nel momento di partire un soldato del reggimento Calabria avrebbe esternato tutto il suo disappunto: “Eccellenza, vi quante simmo?
E ce ne jammo accussì?”.
L'epilogo della storia è l'ennesimo finale agrodolce che forse può lasciare un amaro sorriso sulle labbra ma anche una grande rabbia tra i pugni: qualche tempo più tardi, nell'ottobre del 1860, troviamo Lanza a Napoli con l'incarico di preparare i festeggiamenti per l'ingresso di Garibaldi in città.
Considerando i magri risultati militari, speriamo che almeno nella veste di organizzatore di eventi il Lanza si sia guadagnato degnamente la pagnotta!
a cura dell'ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
2 giugno 2010
Ottima performance nell'ultima tornata elettorale da parte del movimento indipendentista IRS (Indipendentzia Repubrica de Sardinia): in provincia di Sassari, il leader Gavino Sale ha raggiunto la quota del 6,49% mentre anche in provincia di Oristano il risultato è stato molto interessante.
Ma il dato più eclatante viene dal Comune di Perfugas, in provincia di Sassari, dove il candidato di IRS Mario Satta è risultato eletto come Sindaco, ottenendo un successo storico per ogni movimento indipendentista presente su territorio italiano.
Da parte del Direttivo del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA giungono ai Fratelli Sardi i complimenti più sinceri per quanto ottenuto; questa è l'ulteriore dimostrazione che l'ideale indipendentista sta facendo breccia in moltissime realtà e che chi lavora bene sul territorio e rifugge da imbarazzanti alleanze con la malapolitica tricolore colpisce il cuore ed il cervello dei propri concittadini.
VIA DALL'ITALIA - SARDINIA LIBERA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
L'Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
2 giugno 2010
In queste ore le prime pagine dei media di tutto il mondo sono occupate dalle notizie che giungono dal Vicino Oriente e che riguardano la brutale aggressione perpetrata dalle Forze Armate israeliane nei confronti di una nave battente bandiera turca che trasportava militanti di ONG di ogni nazionalità e che faceva parte di una flottiglia di imbarcazioni impegnate a portare aiuti umanitari nella fascia di Gaza.
Come sempre, le versioni delle due parti sono diametralmente opposte, ma mai come in questo caso dobbiamo notare come la sproporzione di forze e l'utilizzo della violenza fanno pendere la bilancia da una parte sola, senza considerare poi il numero delle vittime e dei feriti.
E purtroppo, anche questa volta, possiamo rimarcare il disprezzo totale di ogni convenzione internazionale che anima il governo di Tel Aviv; d'altra parte, sono ormai anni che viene portata avanti una persecuzione che ben potremmo definire etnico-religiosa nei confronti della popolazione di origine palestinese, soprattutto nei confronti di coloro che si riconoscono nel movimento di Hamas e che abitano nella martoriata Strisca di Gaza.
Ma anche di fronte ai morti di oggi, assisteremo per l'ennesima volta alle burbere proteste degli Organismi Internazionali mentre, come sempre, nulla verrà deciso in solido per frenare l'attivismo israeliano e per garantire una vita decente per le popolazioni vittime del continuo stillicidio di atti di forza.
In effetti, nulla e' stato praticamente fatto per impedire l'occupazione di territori da parte di cosiddetti coloni, nulla e' stato fatto contro la costruzione di un colossale muro di separazione, nulla è stato fatto per un altro gravissimo problema, assolutamente dimenticato anche dai media: la requisizione sistematica delle risorse idriche presenti sul territorio, a partire dalle alture del Golan in poi.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA che sicuramente agisce in un ambito nazionale, ma che non può esimersi di esprimere considerazioni ad ampio respiro di fratellanza con tutti coloro che lottano per avere il diritto alla Libertà e all'Autodeterminazione in tutti gli angoli del Globo, intende prendere netta posizione su quanto accaduto, mettendosi al fianco della popolazione palestinese, vittima ormai da più di mezzo secolo di brutali repressioni e di un sistematico piano di estromissione dalle terre abitate da millenni.
Esprime inoltre la condanna più ferma dell'uso della violenza, segno di barbarie e inciviltà, e si unisce alla grande comunità Indipendentista europea nell'auspicio di una risoluzione di tale drammatica situazione, che determina pericolosi squilibri nella parte occidentale del Mediterraneo, forse lontana geograficamente dalla nostra Terra, ma tanto vicina nell'anelito di Indipendenza e Libertà.
Piergiorgio Severo
31 maggio
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Dopo giorni di battaglia mediatica, il Consiglio dei Ministri italiano ha finalmente sfornato la manovra finanziaria preparata dal cosiddetto uomo del Nord, il Ministro dell'Economia Tremonti.
Il testo del provvedimento è piuttosto corposo e dovrà essere quindi analizzato con attenzione, ma da quanto è stato pubblicato oggi dai quotidiani possiamo già trarre una conclusione, purtroppo la solita: a pagare la cattiva amministrazione di questo Stato saranno sempre di cittadini ed i Lombardi in prima fila…..
Infatti una delle voci più corpose del provvedimento riguarda tagli agli enti locali, Regioni e Comuni, di tali proporzioni che si è già manifestata l'opposizione dei Presidenti di tutte le Regioni; in particolare per quanto riguarda la Lombardia, mentre l'assessore al Bilancio vola a Roma per conferire con il Governo, il Presidentissimo Formigoni solleva addirittura forti dubbi sull'applicazione del cosiddetto Federalismo fiscale.
Ora, a parte il fatto che il suddetto Federalismo fiscale rappresenta solo l'ennesima truffa nei confronti dei Lombardi perpetrata dalla Casta politica e soprattutto dagli ascari di Roma in camicia verde, il vero problema è che, a causa di questi tagli, ai cittadini verranno tolti servizi o verranno imposti nuovi balzelli locali per ovviare al problema delle casse vuote.
Abbiamo già toccato con mano le difficoltà per gli amministratori locali create dall'improvvida ed elettoralistica sparizione dell'ICI e temiamo quindi in un aggravamento della situazione.
Altro che maggiori devoluzioni finanziare alle Regioni a fronte di maggiori competenze, la ricetta di Roma è sempre quella: noi gozzovigliamo e voi pagate.
Noi giriamo in lungo ed in largo con auto blu (e' di ieri la notizia che la spesa per l'autoparco e gli autisti della Presidenza del Consiglio ammonta a circa 9 milioni di euro annui….) e voi pagate tutto, autostrade, superstrade, raccordi e rimanete in coda, possibilmente in silenzio, in modo da non disturbare il Palazzo.
Tutto questo mentre sia in sede italiana che in sede regionale lombarda si intensificano inchieste, arresti e denuncie di malaffare e corruzione politica, come non mai.
E mentre a Roma si susseguono Governi di sinistra e di destra totalmente incapaci di governare una crisi economica di dimensioni epocali che sta sempre più penalizzando i ceti più deboli della popolazione di quella che, in un recente passato, era considerata non solo la locomotiva dell'Italia, ma anche fra le principali realtà dell'intero continente europeo.
Proprio per questo, il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA non può esimersi dal segnalare a chiare lettere ai Lombardi la propria ferma opposizione all'ennesimo provvedimento vessatorio e ribadire che l'unica soluzione era e resta l'INDIPENDENZA DELLA LOMBARDIA e l'abbandono dell'Italia alla sua deriva mediterranea, sola soluzione che possa permettere alla nostra Gente di mantenere il contatto con le parti più avanzate d'Europa.
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
28 maggio 2010
Nonostante la "Leggenda del Piave" celebri l'entrata in guerra in relazione alla necessità di “far contro il nemico una barriera”, la verità dei fatti riguardo le vicende del maggio 1915 è ben diversa
L'entrata in guerra dell' Italia sabaudizzata fu compiuta attraverso la palese violazione di accordi in politica estera e attraverso il disprezzo per la pubblicità delle decisioni governative e la sovranità del popolo.
Con una spregiudicatezza utilitarista da far ombra ai totalitarismi novecenteschi, il governo Salandra prima si rifiutò di entrare in guerra con Austria e Prussia, adducendo alcuni pretesti che non cambiano la sostanza della questione, e poi intavolò segretamente accordi coll' Inghilterra attraverso il tramite privilegiato del ministro degli esteri Giorgio Sidney Sonnino, che con molti diplomatici inglesi condivideva l'odio anticattolico protestante e massonico.
Sonnino è l'esempio più fulgido dell' indirizzo politico liberal-conservatore italiano, ostile all'allargamento del suffragio, che avrebbe spalancato le porte del Parlamento alla rappresentanza cattolica e socialista, incrinando così le posizioni di dominio della finanza e dell'economia delle élites massoniche che fino ad allora avevano governato il paese.
L'intervento in guerra era d'altronde visto con favore solo da una percentuale della popolazione assolutamente minoritaria: industriali riuniti attorno al “Corriere della Sera” di Luigi Albertini, massoni, indebitati poeti cicalanti e dalla posa estetizzante come D'Annunzio, vani esaltati come Marinetti e i futuristi, cattolici “aperturisti” e antesignani di futuri tradimenti come Filippo Meda, ecc.
La maggioranza era sì neutrale ma ebbe il demerito di essere assolutamente silenziosa di fronte a ciò che stava avvenendo.
La partecipazione al conflitto fu comunque decisa coi segretissimi “Patti di Londra” del 26 aprile 1915 negoziati da Sonnino, accettati passivamente da Salandra e approvati con un decisivo telegramma dal re.
I tre depositari del segreto avrebbero dovuto nel mese seguente ottenere l'approvazione per l'imprudente passo compiuto contro la maggioranza della Camera, indirizzata verso un accordo coll'Austria, che in quel momento sarebbe stata disposta a cedere a tutte le richieste “irredentiste”.
Oramai per il re, impegnatosi direttamente con gli altri sovrani dell'Intesa, era però una questione di prestigio tanto che si vide costretto, con una sorta di colpo di stato contro la maggioranza neutralista del Parlamento, a respingere le dimissioni di Salandra e accomodare le cose in modo che i deputati non potessero far altro che votare a favore di un conflitto deciso sopra le loro spalle.
Tutta la drammaticità e crudeltà del conflitto è specchio dell' antidemocraticità e dell'andamento esoterico delle trattative.
I soldati, privati nelle trincee di qualsiasi tipo di umanità, venivano trattati dal general Cadorna come carne da macello e costretti a combattere con i fucili puntati alla schiena.
L'arcivescovo di Padova, Luigi Pelizzo, descrisse la tremenda situazione in una lettera a Papa Benedetto XV: “Ci sono reggimenti che rifiutano di andare avanti e che vengono disarmati.
Ci sono altri, spinti avanti dalle armi impugnate, i quali, ad un certo punto, rivolgono le armi contro i carabinieri, mettendoli al suolo a decine, a centinaia!”.
Non diverso fu anche il trattamento riservato alla popolazione civile che, nella più completa ignoranza di ciò che avveniva al fronte, fu sottoposta ad un inflessibile controllo atto a sondare atteggiamenti di “disfattismo”, termine onnicomprensivo equivalente all'odierna accusa di “antisemitismo”.
All'indomani di Caporetto, in virtù dell'arbitrio offerto dal decreto Scotto vennero accusati di disfattismo tutti coloro che accennavano velatamente alla futura possibilità di una pace.
L'accusa ideologica di disfattismo trascinò in carcere molti vescovi, preti, religiosi e anche semplici fedeli laici.
Tra le vittime di questa repressione spietata troviamo persino un prete che consolava il genitore di un soldato caduto in mano agli austriaci e i genitori di una bambina che pregava in Chiesa perché Gesù regalasse pace alla sua terra.
Le parole che più sembrano idonee a descrivere sommariamente quello che avvenne in quegli anni sono quelle di Papa Benedetto XV: “Inutile strage”.
Ma la strage non per tutti fu inutile: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non fu solamente l'inizio di cinque anni di scontri bensì l'inizio di una Guerra Civile Europea che sarebbe durata un trentennio, insanguinando l'Europa e consegnando definitivamente le chiavi del Fortezza Europa agli Stati Uniti d'America a alla ben nota elitè che li domina.
Il Portavoce Nazionale
Fronte Indipendentista Lombardia
Piergiorgio Seveso
Su tutti gli organi di stampa abbiamo letto le notizie relative alla Fondazione Ca' Granda, storica istituzione milanese proprietaria dei beni immobili riconducibili all'Ospedale Policlinico, uno dei più importanti istituti di cura lombardi e sicuramente il più antico di Milano.
L'ospedale fu fondato infatti da Francesco Sforza e dalla moglie Bianca Maria Visconti nel 1456 e, dopo vari cambi di nome, e' giunto ai giorni nostri come Policlinico.
Si trova nel pieno centro cittadino e alla Fondazione che ne porta l'antico nome i Milanesi più abbienti hanno devoluto nei secoli una marea di lasciti e donazioni, sino a giungere ai giorni nostri ad un patrimonio stimato circa 1,5 MILIARDI DI EURO.
Orbene, questa Fondazione, guidata negli ultimi anni dal ciellino prof. Giancarlo Besana, pare non riesca a gestire questo immenso patrimonio e oggi si trova in difficoltà in quanto la redditività, stimata solo nello 0,7 per cento, non consente nuovi investimenti in strutture e macchinari moderni per il nosocomio.
Si potrebbe pensare a normali difficoltà di gestione, ma un particolare e' abbastanza significativo: l'elenco degli affittuari di tali innumerevoli immobili non è mai stato reso noto e quindi, in tempi di Affittopoli varie, si può presumere anche in questo caso che ci si trovi di fronte all'ennesima scandalosa distribuzione di favori vari ad amici, amici degli amici e compari vari.
Ma la cosa più interessante è un'altra: per risolvere il problema non si pensa ad una più oculata gestione degli immobili, ma ad un affidamento ad altra struttura.
Ma quale?
Curiosamente ad Infrastrutture Lombarde, gigantesca Holding regionale lombarda, strettissima emanazione del Presidente ciellino Formigoni e che ha come direttore generale il ciellino Antonio Giulio Rognoni.
Ecco il gioco è fatto: la megastruttura regionale, già attivata per l'affarone EXPO 2015, metterebbe le mani anche su quanto di importante i Milanesi hanno costruito nel tempo, riportando sempre più nell'alveo della politica, o forse sarebbe meglio dire della malapolitica, il controllo di beni della comunità, che forse necessiterebbero solo di amministratori corretti e trasparenti.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, che ha nei suoi compiti la difesa degli interessi dei cittadini Lombardi contro malversazioni attuate da una classe politica invasiva e incapace, non può che alzare la voce in merito a questo ennesimo episodio : GIOO I MAN DA LA CA' GRANDA…….
Piergiorgio Seveso
Portavoce Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
23 maggio 2010
Facciamo nostro questo comunicato, pubblicato dalla Comunità Antagonista Padana
dell'Università Cattolica, gruppo universitario indipendentista, per esprimere
la nostra posizione riguardo la crisi endemica e il declino strutturale
dell'Università nello stato italiano.
Ufficio Politico
Fronte Indipendentista Lombardia
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Ci sono stati molti buoni motivi per non votare alle elezioni del Cnsu.
Innanzitutto si tratta di uno strumento inutile, pletorico, tipica manifestazione della elefantiasi burocratica italiana in cui l'accavallarsi di uffici, parlamentini e assemblee di cartapesta serve soltanto a mascherare un vuoto spaventoso di possibilità decisionale.
Al di là di quello che è stato raccontato a tutti dai molti cartelloni appesi per le pareti dei chiostri, il CNSU è uno strumento puramente consultivo, senza alcuna capacità decisionale rilevante.
Si potranno quindi proporre questioni “appassionanti” ma è molto alto, se non assoluto, il rischio che queste finiscano cestinate o più semplicemente inascoltate.
Siamo innanzi, è bene ripeterlo, ad un finto strumento di presunta partecipazione democratica (auspicabile? Verrebbe da domandarselo) degli studenti universitari all'organizzazione delle vita università, un semplice specchietto per le allodole.
Ulteriormente imbarazzante è la manifestazione del partitismo e del lobbysmo italiano a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane.
Più che degli studenti impegnati (almeno a parole) a presentare a ministri e tecnici istanze fondamentali per la ristrutturazione del precario edificio universitario, molte facce sui manifesti sembrano riproporre in piccolo lo schematismo farsesco della “politichetta” italiota con tanto di slogan assai simili a quelli che sentiamo ripetere ogni giorno sui media del Regime italiano.
La Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica non poteva che essere fuori da questa logica.
Infatti entrare in un'ottica post-italiana dell'organizzazione dell'Università significa rifiutare un organismo sovranazionale e multiculturale (quindi per sua natura inefficace) come il CNSU e iniziare a ragionare su base meramente locale.
Nel generale sfacelo dell'Università “italiana” che si accompagna ad una significativa deflazione della certificazione di laurea, solo una generale riorganizzazione di quello che resta delle Università “italiane” come enti totalmente autonomi, libere accademie svincolate dagli assetti legislativi dello stato ospitante, potrebbe vivificare le “morte membra” del sistema universitario “italiano”, come lo conosciamo oggi.
In questo contesto avrebbero maggior senso organismi di rappresentanza, autentici e più efficaci e capaci di intervenire risolutivamente in un contesto “territoriale” decisamente più limitato.
In caso contrario l'Università “italiana” rimane, nella migliore delle ipotesi, come MUSEO che conserva i resti e le reliquie (da studiare) di una tradizione culturale compromessa, ma non ancora perduta, e come TEATRO per un'azione politica che almeno sia di testimonianza, se non di reazione, contro la decadenza.
La Comunita' Antagonista Padana
Studenti Indipendentisti
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore
Polizze e pallottole: la "battaglia di Calatafimi"
La vulgata risorgimentale ama ricordarci come la prima vera battaglia dei Mille in Sicilia sia stata combattuta, in una disperata condizione d'inferiorità numerica e bellica, nel luogo detto “Pianto Romano” presso Calatafimi.
Precedute dalla Mediterranean Fleet di sir Roger Mundy, le navi garibaldine il giorno 11 maggio 1860 avevano scelto come luogo di sbarco il porto di Marsala: approdo non casuale data la nutrita presenza e influenza inglese nella città, che dai tempi dell'occupazione napoleonica del Portogallo era stata scelta per la produzione di un surrogato del vino Porto, il Marsala.
Pertanto i rappresentanti inglesi nella città siciliana avevano predisposto tutto per prestare ausilio all'arrivo di Garibaldi, a patto che i suoi militi non attentassero alle proprietà degli inglesi, ben segnalate da una visibile Union Jack sulla facciata (come il segno del sangue dell'agnello sulle porte ebree in Egitto per scongiurare l'arrivo dell'Angelo Sterminatore).
Il giorno 12 il generale Garibaldi con la sua variopinta schiera si era recato a Salemi da dove il giorno 13 diresse alla popolazione il famoso Proclama, col quale assumeva l'incarico di dittatore dell'isola.
Immediatamente ne aveva ricevuto l'omaggio vassallatico dei capicosca della mafia locale, come sembra chiaro dalla descrizione che Abba dà dei primi siciliani che avevano aderito alla chiamata alle armi di Garibaldi: “Le squadre arrivano da ogni parte, a cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria.
E hanno bande che suonano d'un gusto!
Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistole.
Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota”.
Da qui Garibaldi decise di puntare con la truppa dei Mille, rafforzata da 500 inaffidabili membri della mafia locale, verso Palermo ma già il giorno 15 incontrò sul suo tragitto, a Calatafimi, un esercito borbonico di 2500 fanti e uno squadrone di cavalleria al comando del generale Landi.
Nonostante l'impresa si prospettasse come folle il nizzardo decise, anche dopo il primo attacco dei cacciatori napoletani, di non retrocedere neanche di fronte alla possibilità di una facile e dignitosa ritirata consigliatagli dal Bixio, bensì rimase fermo nei suoi propositi, cosicché la retorica patriottarda avrebbe avuto agio nel stampargli sulle labbra il famoso:
“Qui si fa l'Italia o si muore!”.
Evidentemente Garibaldi era stato ben avvertito dai suoi confidenti della “condiscendenza” che avrebbe avuto il generale borbonico verso le sue truppe.
Nonostante la resistenza dei garibaldini si fosse dimostrata tenace, le sorti della battaglia erano saldamente in mano ai napoletani quando, con una decisione tanto inaspettata da sorprendere lo stesso Garibaldi, Landi decise di far ritirare le sue truppe, nel malcontento generale.
Sul campo rimanevano 32 morti tra le camicie rosse e 36 tra i napoletani: numeri che comunicano certamente uno scontro giocato al risparmio più che una battaglia epocale.
Dubbi sulla condotta di Landi vennero avanzati sin da subito da un maggiore che aveva combattuto sul campo, lo Sforza, tanto che inchieste interne all'esercito portarono Francesco II a condannarlo all'esilio su Ischia per tradimento.
Il caso di Landi non è da considerarsi unico in un esercito come quello borbonico, dove i generali di carriera, spesso vecchissimi come il Landi (che aveva iniziato nell'esercito napoletano del re Giuseppe Bonaparte), non avevano mai dovuto dimostrare la loro abilità sul campo né l'attaccamento al sovrano, considerando la carriera militare come mero segno di distinzione sociale.
In mezzo a una tale genia di ufficiali, l'ammiraglio Persano non ebbe difficoltà ad adempiere il compito di cui Cavour l'aveva incaricato: corrompere gli ufficiali e gli ammiragli borbonici in cambio di soldi e reclutamento a pari grado nell'esercito sabaudo.
Non è un caso pertanto che nel 1861 il Landi ottenne una pensione come generale di corpo d'armata dell'esercito sabaudo, nel quale vennero assunti anche i cinque figli, tutti ex-ufficiali borbonici.
Nello stesso anno comunque un caso di cronaca interessò il Landi: recatosi al Banco di Napoli per riscuotere una polizza di 14.000 ducati, scoprì che in realtà questa ammontava a soli 14 ducati.
In seguito a questo piccolo incidente il Landi fece scalpore sui giornali perché accusò Garibaldi della truffa che lo aveva visto come vittima, ma la vicenda si concluse di lì a poco con la morte per ictus del Landi.
A cura dell'Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
21 maggio 2010
Camicie rosse, ammiragli, massoni e affaristi: la partenza dell' “avventura” dei Mille
Vorremmo parlare di un funesto 5 maggio: il 5 maggio del 1860 allo scoglio di Quarto, sempre che l'ormai onnipresente Napolitano (una sorta di Felice Tecoppa del XXI secolo) ci consenta di “dir male” di Garibaldi.
Dopo le delusioni amorose del “matrimonio” con la contessina Raimondi, un affranto Garibaldi si gettò con il suo solito burbero ma generoso attivismo in un frenetico impegno politico.
Allettato dalle offerte di Cavour e Vittorio Emanuele, che facevano a gara nel mostrarsi più amici del generale, Garibaldi pensava di poter dare libera attuazione ai propri progetti tramite le associazioni di cui era stato fatto nominalmente presidente: la Società Nazionale, la Nazione armata e il progetto Fondo per un milione di fucili.
In realtà queste associazioni non rispondevano assolutamente a Garibaldi, bensì a Cavour o a qualche suo “fratello” manutengolo.
Garibaldi nel frattempo era sempre più incalzato dai patrioti siciliani guidati da Crispi, che all'inizio di aprile erano insorti in varie zone della Sicilia.
La sua avventura da deputato invece finì ben presto: eletto nelle consultazioni del 25 e 27 marzo, neanche un mese dopo si dimise, in aperta rottura con Cavour che aveva dovuto regalare Nizza alla Francia in seguito al trattato di Villafranca.
A Nizza infatti il solito plebiscito truccato (anche se sembra che i nizzardi fossero ben poco soddisfatti del governo sabaudo che nel XIX secolo le aveva volto le spalle per guardare a Genova) consentì il passaggio della città sabauda a Napoleone III, nonostante Garibaldi avesse provato a forzare la situazione con un maldestro tentativo d'insurrezione.
Sarebbe arduo comunque cercare di delineare in poche righe i convulsi preparativi della spedizione in Sicilia, basta sottolineare come Garibaldi rimanesse interdetto e irresoluto in mezzo alle sollecitazioni degli uni e alle brusche frenate degli altri: se i mazziniani lo accusarono di codardia per non aver ancora prestato appoggio agli insorti siciliani, il re fece in modo di rimandare il più possibile la partenza.
Lo stesso Rodomonte nizzardo, non ben addotto in tutti i particolari, comunque temeva che l'esito della spedizione si rivelasse alla prova dei fatti fallimentare (come già era successo ai Bandiera e a Pisacane) e, da abile manager della sua immagine, tentennava e fu addirittura tentato di tornarsene nell'eremo di Caprera.
A spronare definitivamente il nizzardo fu però la minaccia di Cavour di sostituirlo con un altro avventuriero della sua terra: Ignazio Ribotti.
Cavour aveva ormai predisposto la macchina e pertanto l' “impresa” si sarebbe fatta con o senza Garibaldi.
Pungolato sull'orgoglio, il generale risvegliò la sua tempra e attorniato dai fidi collaboratori chiamò a raccolta le sue schiere di volontari per dare avvio alla missione.
La spedizione era in realtà più che altro una passeggiata e di questo solo Garibaldi e i suoi volontari non ne erano consapevoli, meritando pertanto un certo umano apprezzamento per il coraggio dimostrato, mentre anche i suoi più stretti collaboratori (Bertani, Bixio, Medici), di appartenenza massonica, conoscevano molti retroscena degli eventi.
Innanzitutto è da segnalare come la spedizione di Garibaldi e Bixio, volutamente resa avventurosa da una serie di montaggi scenografici volti a darle una patina da romanzo salgariano, fosse in realtà ben protetta dalla flotta britannica dal contrammiraglio Roger Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet, che da tempo pattugliava le acque del Tirreno e del Canale di Sicilia, probabilmente alla ricerca di un casus belli da poter sventolare al momento adatto contro il regno duosiciliano.
Allo stesso modo Vittorio Emanuele e Cavour avevano disposto che la spedizione fosse accompagnata, per tutelare gli interessi della corona sabauda, dalle navi della flotta sarda al comando di un raccomandato dal D'Azeglio, l'ammiraglio Carlo Pellion di Persano che qualche anno più tardi si sarebbe meritato il titolo di “uomo di legno” per la disastrosa sconfitta di Lissa.
Persano aveva il compito d'impedire che Garibaldi esagerasse e indirizzasse i suoi uomini verso fini estranei agli interessi governativi, fornendo nel frattempo un indispensabile sostegno economico e logistico alla spedizione, seguita passo passo via mare.
Un aspetto che ci permette però d'intravedere il ruolo giocato dalla massoneria nella “passeggiata” dei Mille è comunque quello dei finanziamenti.
II soldi che servirono per organizzazione della spedizione, armamento e approvvigionamento delle truppe, ma soprattutto per la corruzione in massa degli ufficiali dell'esercito borbonico vennero rispettivamente messi a disposizione dai seguenti finanziatori:
Non solo il presente è testimone delle efferate violenze liberal-democratiche (Iraq, Afghanistan, strangolamenti economici liberisti) ma anche la storia ha molto da mostrare a noi ingenui posteri; i primi decenni di vita del regno sabaudo furono costellati dalla repressione violenta e legalizzata di moti popolari fossero essi espressione del pensiero controrivoluzionario e legittimista, come quello dei briganti duosiciliani sterminati dal gen. Enrico Cialdini in ottemperanza alla legge Pica del 1863, spontanee insurrezioni, come i moti del macinato del 1868-69 contro la omonima tassa, oppure manifestazioni organizzate legate alle prime forme di associazionismo operaio e contadino.
Queste ultime, in cui si diluirono le insurrezioni spontanee, incominciarono a dimostrare una certa pericolosità per l'integrità del regno negli anni '80 quando ai primi scioperi nel Nord Italia (Cremona e Rovigo) seguirono manifestazioni sempre più virulente ed endemiche, anche a causa del crollo della fiducia nelle istituzioni motivato dalle sconfitta di Dogali (1887) e dagli scandali della Banca Romana (1889).
L'ultimo decennio del secolo si aprì con la fondazione dei Fasci Siciliani di contadini e operai, la cui grande capacità aggregativa costrinse l'allora capo di governo, Francesco Crispi, a ricorrere alle maniere forti attraverso leggi “contro la sovversione sociale”, ossia contro l'associazionismo proletario.
La morte politica colpì però Crispi in seguito alla sconfitta di Abba Garima del 1896 quando il fortore delle critiche inviperite e la durezza degli scontri, soprattutto a Milano dove il popolo bloccò i binari della stazione centrale per impedire la partenza dei soldati (rimediandone parecchie baionettate), costrinsero il primo ministro alle dimissioni.
A quel punto il sovrano Umberto I, nonostante avesse preferito un primo ministro ancora tenacemente bellicista, dovette nominare il marchese siciliano Antonio Starrabba di Rudinì che, pur nell'aleatorietà delle posizioni politiche in quell'epoca, avrebbe dovuto rappresentare la linea liberal-conservatrice; il marchese di Rudinì si era segnalato al truce sguardo di casa Savoia già dal 1866 quando da sindaco di Palermo aveva rifiutato qualsiasi compromesso coi separatisti attuando una repressione nel sangue degli insorti.
Fin da subito assunse un atteggiamento contraddittorio cercando di compiacere le fazioni organizzate di sinistra, con la concessione dell'amnistia ai condannati politici, eppure colpendo la popolazione nei suoi bisogni basilari, con un aumento del dazio sul granoturco da L. 1,15 a L. 7,50, il che ebbe effetti catastrofici considerando che dopo il pane (già colpito dall'aborrita imposta sul macinato) la polenta era l'alimento più consumato.
La montante collera popolare, inasprita dallo scarso raccolto del 1897, portò a una revisione della politica governativa in direzione destrorsa attraverso provvedimenti di soppressione delle camere di lavoro: ciò provocò l'alienazione di qualsiasi appoggio dei socialisti di Turati, mentre rimanevano in attesa i repubblicani radicali e i democratici.
Le gravi condizioni d'indigenza premiarono però la posizione del partito socialista rispetto alle altre correnti di sinistra mostrando un inequivocabile scivolamento a sinistra: “i democratici sono moribondi, i repubblicani assorbiti giorno dopo giorno dai socialisti, questi avanzano!” scrisse il Corriere della sera l'indomani delle elezioni politiche del 1897.
Ad ogni modo di Rudinì coinvolse la sinistra non socialista nel suo nuovo governo del 1898, nel quale affidò a Giuseppe Zanardelli il ministero di Grazia e Giustizia, equilibrando in tal modo, con un'azione al limite del trasformismo, le forze conservatrici.
Integrati nel sistema erano anche i cattolici liberali, ribelli al Non expedit di Pio IX, i quali rinchiusi nella loro ottica elitaria e borghese erano incapaci di interpretare i moti popolari come spontanea espressione della disperazione, preferendo evidenziarne l'azione eversiva e chiedendone, di conseguenza, la repressione.
Il cattolicesimo intransigente invece, avendo rifiutato il coinvolgimento nei tetri meandri del potere liberale e preferito le vie dell'azione caritativa e assistenziale all'interno dell'Opera dei congressi , capì alla perfezione la situazione intuendo, al di là dell'aspetto rivoluzionario e socialista che molti moti avevano, quanto male lo stato liberale stesse provocando alla popolazione; principale voce guida del cattolicesimo intransigente era il giornalista Don Davide Albertario che abitualmente tuonava dalle colonne de L'osservatore cattolico evidenziando come “il liberalismo si dibattesse nell'agonia e portasse i germi di una prossima dissoluzione” e scagliandosi contro “il governo iniquo, gli sperperi e i ladronaggi ufficiali”.
Dal 1898 le sollevazioni divennero sempre più diffuse e veementi soprattutto a causa del rialzo dei prezzi del pane, in parte causato dalla guerra ispano-americana ma in parte artificiali (come fu chiesto infatti il governo avrebbe potuto temporaneamente sospendere il dazio), e della chiamata alle armi della classe 1873, tanto da costituire una vera e propria minaccia al governo di Rudinì che non lesinò minacce e veri e propri bagni di sangue.
La repressione manu militari, attuata da generali formatisi sull'esempio dei massacratori risorgimentali e sostenuta dagli stati d'assedio proclamati dall'indifferente capo del governo, provocò decine di vittime in tutta la penisola: ciò non fece che acuire la protesta che divenne generalizzata e visse il suo culmine a Milano, in quella che Napoleone Colajanni definì la protesta dello stomaco.
Il 6 maggio nello stabilimento Pirelli di via Galilei i sindacati distribuirono volantini accusanti il governo per la diffusione della carestia, oltre a denunciare l'uccisione il giorno precedente a Pavia di Muzio Mussi (figlio del vicepresidente della camera Giuseppe), che aveva tentato di agire da paciere tra popolo e militari; immediatamente si scatenò una protesta spontanea eccitata dall'intervento della polizia che arrestò svariati sindacalisti e operai.
Presentendo il pericolo di una strage, Turati intervenne riuscendo a calmare il tumulto e far rilasciare tutti gli imprigionati tranne uno, una sorta di ostaggio.
La permanenza di costui in prigione provocò la spontanea riattivazione della rivolta che si spostò alla caserma di polizia di via Napo Torriani bersagliata da sassate provenienti dalla folla: le fucilate sparate sui manifestanti provocarono la morte di due operai; i moti proseguirono timidamente la sera con piccoli drappelli di esagitati in piazza Duomo e in galleria.
Il 7 maggio mentre il cardinal Ferrari, mal consigliato dal braccio destro Filippo Meda, lasciava i suoi concittadini nel momento del bisogno per una visita pastorale, la mobilitazione popolare sfociò in uno sciopero generale che, memore delle altre cruente repressioni del '98, non esitò a erigere barricate per difendersi dalla preventivata reazione dell'esercito guidato dal gen. Fiorenzo Bava Beccaris; a costui, su pressione regia, il marchese di Rudinì aveva affidato la carica di commissario regio che gli permise di dichiarare, nel pomeriggio, lo stato d'assedio, sospendendo in tal modo i diritti civili.
Il giorno seguente il generale ordinò alle truppe di sparare ad altezza uomo e, di fronte alla strenua resistenza del popolo che gettava tegole contro i militari ostacolati dalle barricate (soprattutto a porta Vittoria, Romana, Garibaldi e alle colonne di san Lorenzo), mise in azione l'artiglieria pesante che cannoneggiò i popolani ad alzo zero, cioè con la deliberata volontà di commettere un carneficina; tale fu il risultato, dato che la stima ufficiale di 80 morti e 400 feriti è solo un pallido riflesso del reale e sanguinoso effetto.
La repressione militare spietata e indiscriminata (fu cannoneggiato e occupato dai soldati anche il convento dei cappuccini in via Monforte) fu accompagnata a partire dal 9 maggio da quella giudiziaria: ne fecero le spese non solo i giornali socialisti (come Critica sociale di Turati e Lotta di classe) e repubblicani, ma persino l'Osservatore cattolico di don Albertario il quale, accusato di aver aizzato la folla coi suoi caustici editoriali, venne condannato a 3 anni di carcere, in compagnia dello stesso Turati, condannato 12 anni, e alla Kuliscioff, 2 anni.
Pur non avendo preso parte ai moti direttamente, il cattolicesimo intransigente venne perseguitato per la sua azione di protesta nei confronti della società liberale e anticattolica, tanto è vero che nella repressione vennero coinvolte anche l'Opera dei congressi e il comitato diocesano.
La conclusione di questa vergognosa pagina non potè essere che il conferimento al Bava Beccaris della croce di Grande Ufficiale dell'ordine militare di Savoia, per volontà di Umberto I, che due anni dopo pagherà con la vita per mano dell'anarchico Gaetano Bresci, vindice dei morti milanesi, questo gesto sconsiderato.
Il naturale connubio cattolico-socialista, inconciliabilmente divisi in tutto il resto tranne che nell'opposizione allo stato liberale, non fu forse del tutto sterile: nei moti di Pavia un giovane focoso universitario di medicina, Edoardo Gemelli, nei panni del militante socialista, professava la sua contrarietà allo stato assassino e affamatore… qualche anno più tardi sarebbe diventato fra Agostino Gemelli!
Il Fronte Indipendentista Lombardia ricorda quindi quei morti e quei coraggiosi che seppero opporsi (con la penna e con la spada) alla belva della Rivoluzione italiana e li mostra ai distratti e ignari lombardi di oggi.
L'ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
5 maggio 2010
Il 5 maggio 1981 nel carcere di Long Kesh decedeva Roibeard Gearoid O' Seachnasaigh, come avrebbe preferito essere ricordato, o Bobby Sands, come risultava dall'anagrafe dello Stato occupante, primo di una lunga serie di Patrioti Irlandesi, che preferirono la morte all'ignominioso stato di detenuto ordinario
Confrontandosi frontalmente con il Governo di Sua Maestà britannica rappresentato dalla Lady di Ferro, Margaret Thatcher, immolarono la propria giovane esistenza dopo dure proteste carcerarie, scegliendo di non nutrirsi fino alla fine, colpendo allo stomaco l'opinione pubblica mondiale con la loro determinazione ed il loro coraggio.
Sono passati quasi trent'anni da quei giorni, ma la figura di Bobby indica ancora il cammino a tutti coloro che si impegnano nella battaglia Indipendentista in qualsiasi parte del mondo, cercando di portare il proprio Popolo a raggiungere la Libertà.
Non solo coloro che vissero quei tempi e che ricordano quei lutti, ma soprattutto i giovani si entusiasmano ancora per l'epopea di Bobby e dei suoi compagni di lotta: e' troppo forte il contrasto fra chi offre tutto, compresa la vita, per un Ideale e chi, come gli odierni politicanti da strapazzo, usano gli Ideali di altri per raggiungere posti di potere e laute prebende.
I Dirigenti, i Militanti e i Sostenitori del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA non possono che inchinarsi di fronte a tali gigantesche figure, impegnandosi sempre più nel trasmettere al Popolo Lombardo, e soprattutto ai suoi più giovani rappresentanti, l'insegnamento di Bobby Sands.
PER SEMPRE NEI NOSTRI CUORI E NELLE NOSTRE MENTI, BOBBY….
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
PierGiorgio Seveso
Ufficio Politico – FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
4 maggio 2010
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, che ha fra i suoi scopi la salvaguardia del territorio Lombardo, già ampiamente devastato negli ultimi decenni da operazioni di carattere immobiliare che ne hanno ampiamente trasformato l'immagine e purtroppo anche la sostanza, non può tacere di fronte ai problemi che si creeranno con il cosiddetto EXPO 2015.
Questa iniziativa, partita con faraonici progetti su iniziativa della maggioranza PDL-Lega che governa la Repubblica Italiana, la Regione Lombardia e il Comune di Milano, sta arenandosi (e potremmo anche dire per fortuna …) di fronte alla abituale e prettamente italica incapacità di realizzare quanto si promette e si progetta.
Leggendo tra le righe, questi continui stop sono in realtà determinati da una lotta interna che si sta svolgendo in sordina fra le varie componenti della lobby ciellina che domina la politica lombarda e, che in questo momento pare contrapporre l'area formigoniana a quella morattiana.
Tutto ciò non in nome di quello che dovrebbe guidare le pubbliche amministrazioni e la politica in toto, e cioè il bene della collettività, ma per ben più prosaici interessi in merito ai terreni sui quali verrà realizzato EXPO 2015.
Ecco in realtà a cosa serve EXPO 2015: enormi interessi di carattere privato vengono messi in campo in quella commistione politico-imprenditoriale che pare essere la specialità di questa classe politica lombarda e che abbiamo già visto in opera in altri importanti settori, come la sanità per esempio.
Ma il nome di EXPO 2015 si lega ad un'altra vicenda relativa alla devastazione territoriale: con lo slogan “Amianto zero per EXPO 2015” la giunta regionale lombarda si e' data una scadenza ben precisa per l'eliminazione dal territorio lombardo del pericoloso materiale.
Ma dove finirà?
Il progetto prevede l'apertura di due discariche in una parte di Lombardia spesso dimenticata dai grandi media, la provincia di Cremona.
Anche in questo, caso una commistione di interessi privati (di pochi) e di interessi “d'immagine” dei politici.
Il tutto, come sempre, attuato nel silenzio totale, alle spalle dei cittadini e sulle spalle degli stessi.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, mentre esprime la propria solidarietà con i cittadini della Provincia cremonese che si stanno battendo contro questa ennesima ferita alla Terra Lombarda, intende sottolineare che nessuna operazione contro l'integrità del nostro Territorio e lesiva della (purtroppo ormai già scarsa ..) qualità della vita dei Lombardi passerà inosservata.
Denunceremo sempre ed al alta voce tutte quelle operazioni portate avanti dalla Casta politica lombarda e dai loro amici speculatori, sempre più simili a quella “Roma Ladrona” che qualcuno, che a Roma siede in comodi scranni, si permette ancora di evocare in campagna elettorale, irridendo gli ingenui elettori Lombardi.
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
PierGiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
28 aprile 2010
Le recenti dimissioni di molti eminenti personaggi dal comitato per la celebrazione del 150esimo anniversario dall'invasione sabauda della penisola palesano un certo sfasamento tra le intenzioni del comitato e la disponibilità di collaborazione (economica) del governo ed evidenziano la maniera di agire di certuni lodati intellettuali, sin troppo abituati a pensare e diffondere le loro idee solo in presenza del sostegno economico dei contribuenti.
Nonostante questo Napolitano sembra risoluto e imperterrito, in singolare duetto con un Berlusconi commosso dalle sue parole e disposto ad accettare una visione “risorgimentale” come fondamento della nuova Italia “berlusconizzata”.
Come ha reso evidente nel suo discorso alla Scala per il 25 aprile Napoletano è disponibile a rendere materia di discussione storica la Resistenza (“ho più volte ribadito come non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre, come se ne possano mettere a confronto diverse letture e interpretazioni”), arrivando ad accettare persino quello che era un tabù per l'interpretazione comunista della Resistenza, ossia la sua natura di “guerra civile” (parla di “molteplici dimensioni del fenomeno della Resistenza, compresa quella di “guerra civile””); non accetta che venga però messo in discussione il Risorgimento, divenuto pietra angolare di questa nuova identità da costruire (“Quella unità rappresenta oggi, guardando al futuro, una conquista e un ancoraggio irrinunciabili.
Non può formare oggetto di irrisione, né considerarsi un mito obsoleto, un residuo del passato”).
Straordinaria è la distanza rispetto alle tesi gramsciane: Gramsci considerava il Risorgimento come una rivoluzione imperfetta da completare, qui Napolitano sembra invece voler mitizzare il processo risorgimentale, sottolineando come la Resistenza e la Repubblica non ne dovessero tanto “completare” e “inverare” il contenuto, quanto dovessero riportarne in luce il vero carattere, cioè funzionare ideologicamente un po' come la Riforma protestante avrebbe voluto essere nei confronti del cristianesimo.
La Resistenza e la Repubblica servirono, secondo Napolitano, infatti a riscoprire il vero carattere della Nazione forgiata dal Risorgimento, togliendola dall'appannamento e dalla corruzione causate dalla fascismo e dalla monarchia (“collasso dello Stato sabaudo fascistizzato e di un generale, pauroso sbandamento del paese”), considerate, aderendo alla visione crociana della storia d'Italia, una mera parentesi negativa da condannare moralmente più che da valutare storicamente (“i traumi del fascismo e della guerra”).
Curioso è inoltre che non si sottolinei della Resistenza il suo carattere di guerra ideologica, amplificando invece a dismisura quello di “guerra patriottica” (“Si, vedete, amici, il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione : è Festa della riunificazione d'Italia.
Dopo essere stata per 20 mesi tagliata in due, l'Italia si riunifica, nella libertà e nell'indipendenza”), dando così realizzazione all'auspicio espresso sin dalle prime parole: quello di creare una visione della Resistenza che sappia tenere insieme post-comunisti, altri antifascisti non comunisti e, perché no, post-fascisti (“Naturalmente, l'impegno che sollecito, riferito alla Resistenza, esige – per dispiegarsi pienamente, per ottenere riscontri positivi e suscitare il più largo consenso – la massima attenzione nel declinare correttamente il significato e l'eredità della Resistenza, in termini condivisibili, non restrittivi e settari, non condizionati da esclusivismi faziosi”).
La mano tesa di Napolitano anche a coloro che non hanno mai praticato la religione resistenziale, e anzi l'hanno apertamente combattuta, non si estende però a coloro che vogliono contrastare la rinascita dell'idolatria risorgimentale: costoro sono “fuori della storia”, un non senso logico che si può comprendere solo all'interno della matrice hegeliana del pensiero di Napolitano (“Solo se ci si pone fuori della storia e della realtà si possono evocare con nostalgia, o tornare a immaginare, più entità statuali separate nella nostra penisola”).
Alla luce di questo il presidente può ignorare tutti coloro che si opposero al processo risorgimentale i quali, in quanto “fuori dalla storia”, non meritano nemmeno considerazioni ma possono essere semplicemente espunti. Peraltro nelle righe finali il discorso di Napolitano sembra assumere un altro tono e l'unità d'Italia, finora giustificata all'interno di una logica “spirituale” (in senso hegeliano), diviene invece improntata a finalità utilitaristiche (“Per contare in Europa e per contare nel mondo di oggi e di domani, la nostra unità nazionale resta punto di forza e leva essenziale”).
La nuova visione su cui il duo Napolitano-Berlusconi vorrebbero improntare l'Italia del futuro riesce pertanto a tenere insieme tutte le forze scaturite dal crogiuolo della modernità, dal fascismo all'antifascismo comunista, ma respinge di principio coloro che rifiutando la moderiità non ne ammettono i principi, in particolar modo quello del primato della visione “utilitarista”.
A cura dell'Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
27 aprile 2010
E' noto come un atto fondamentale per il rafforzamento della politica interna del Piemonte sabaudo e quindi per porre le basi per l'invasione della penisola italiana, fu il famoso “connubio” Rattazzi-Cavour (1852) con la quale il conte piemontese riuscì a formare un governo costituito da esponenti della sinistra moderata e della destra liberale, isolando così nel Parlamento subalpino la destra clericale, baluardo contro la politica anticattolica verso cui aveva intenzione di indirizzarsi il Cavour, allo scopo di attrarre la fiducia dei liberal-massoni.
L'evento ebbe sicuramente una certa importanza nel sancire l'esito del biennio 1859-61 (anche se forse di minore rilevanza rispetto alla politica estera e agli interessi economici), ma qui vorremmo occuparci di un connubio ben più prosaico: il matrimonio tra Giuseppe Garibaldi e la contessina Raimondi.
L'esito dell'unione tra i due, come vedremo, ebbe una certa importanza nel far sì che il nizzardo scegliesse effettivamente d'intraprendere l' “impresa” offertagli da Cavour, anche se fin da subito è bene specificare come la spedizione dei Mille, sfrondata del belletto della retorica, risulti molto meno decisiva al fine della sabaudizzazione della penisola rispetto alla pressione diplomatica e operativa dell'Inghilterra e alle esigenze dei poteri economici alleati di Cavour.
La vicenda che racconteremo è peraltro pienamente in sintonia con l'esistenza sentimentale del Garibaldi, torbida e passionale, sempre sospesa tra ingenuità e pulsione irrazionale.
La contessina Giuseppina Raimondi di Fino Mornasco, figlia di un mazziniano esiliato, era nel 1859 una giovane diciottenne che svolgeva, nel teatro degli scontri della Prima Guerra d'Indipendenza, l'attività di portaordini per i patrioti lombardi, intrecciando il patriottismo con una certa facilità a concedersi agli aitanti garibaldini.
Il 2 giugno la Raimondi si recò, in compagnia di un prete, a Malnate, dove Garibaldi si era ritirato dopo essere stato respinto da Laveno, per chiedere l'intervento del generale a Como, dato che l'effimera vittoria di San Fermo del 27 maggio aveva solo respinto gli austriaci ma non assicurato il controllo della città alle truppe filo-piemontesi.
Dopo la serata passata in romantiche conversazioni con la Raimondi, Garibaldi non temporeggiò e diresse al vice Camozzi uno stringato ma significativo biglietto: “Marcio su Como”.
La decisione, presa “sulla base di pulsioni testosteroniche più che tattiche” (G.Oneto), gli permise comunque di evitare l'accerchiamento delle truppe del generale Urban e, ben più importante per lui, di sostare per cinque giorni a casa della Raimondi, dove potè conoscere anche il padre, da poco tornato dall'esilio svizzero e desideroso di guadagnare un seggio in senato con una saggia politica famigliare, incurante dei 34 anni di differenza tra la figlia e Garibaldi.
Le vicende belliche lo costrinsero a prendere la via di Bergamo e di Brescia, una passeggiata senza scontri significativi che poco significò nella guerra conclusasi l'11 luglio con l'armistizio di Villafranca tra Napoleone III e Francesco Giuseppe.
Con la fine della guerra Garibaldi poté dedicarsi totalmente ai suoi progetti sentimentali intrattenendo relazioni e corrispondenze con almeno quattro donne contemporaneamente: la bolognese Pepoli, la Raimondi, Speranza von Schwartz, che più volte rifiutò di sposarsi col nizzardo, e la servetta Battistina Ravello, che gli aveva appena sfornato la figlia Anna Maria Imeni, detta Anita.
Ciò che fermava però l' “eroe” da un impegno più concreto con una delle tre era però il legame matrimoniale che lo univa ancora alla vera Anita, la morte turbolenta della quale aveva reso impossibile al Garibaldi produrre un certificato di morte che avrebbe sancito il termine legale del connubio.
Proprio nell'estate riuscì, riesumando la salma di Anita e trasferendola a Nizza, ad ottenere la possibilità di risposarsi ma i problemi politici lo tennero lontano dalla prospettiva matrimoniale.
Era rimasto infatti indispettito da alcuni comportamenti di Vittorio Emanuele e Cavour nei suoi confronti, i quali infatti, dopo averlo lusingato col progetto della Nazione armata, una lega di tutte le associazioni patriottiche messa a disposizione del barbuto generale, impedirono qualunque messa in atto dei progetti garibaldini.
Il 28 novembre, mentre stava per imbarcarsi per la Maddalena, un improvviso ed eloquente biglietto della Raimoni (“Ti amo, fammi tua”) lo sorprese a Genova, convincendolo a desistere da un volontario esilio e conducendolo a Fino dove la sorte collaborò con Cupido (o forse con la furbizia della Raimondi) in quanto una caduta da cavallo il 4 dicembre lo costrinse a letto per tre settimane, sempre assistito dall'amorevole e interessato conforto della contessina.
Il cuore passionale del Garibaldi a quel punto non poté districarsi dal groviglio amoroso e acconsentì ad unirsi nel vincolo nuziale il 24 gennaio 1860, nella chiesa della stessa cittadina comasca.
La gioia della celebrazione imenea fu però turbata da una vicenda tragicomica, che a dire il vero per Garibaldi ebbe ben poco di comico.
Immediatamente dopo le nozze a Garibaldi venne comunicato, tramite un foglietto, che la novella moglie era incinta di un altro garibaldino, Luigi Caroli, e che lo aveva tradito (forse anche la sera prima del matrimonio) con almeno un altro uomo.
Il generale nizzardo mostrò il biglietto alla sposa che non poté negare il fatto, al che Garibaldi scoppiò in un perentorio: “Signora voi siete una puttana!”.
A questo la ragazza rispose con un'orgogliosa quanto infelice risposta: “Pensavo di essermi sacrificato per un eroe, invece non siete che uno zoticone!”.
A quel punto Garibaldi partì subito a cavallo non volendo più rivedere per tutta la vita la moglie, che nell'agosto partorì un bambino morto, che teoricamente avrebbe potuto essere frutto delle focose notti di dicembre del convalescente e della Raimondi infermierina.
Garibaldi spesa la vita nel cercare di ottenere il divorzio, il che gli avrebbe permesso una nuova cartuccia matrimoniale dopo aver sprecato malamente la seconda, cosa che avvenne solo nel 1880.
Si vendicò però facendola pagare a tutti quelli che furono implicati nella vicenda: al Caroli venne impedita qualsiasi partecipazione patriottica, tanto da dover andare a morire in Polonia in una spedizione suicida, mentre il conte Raimondi, già inserito nelle liste delle nomine senatoriali, vide troncata ogni possibile ascesa.
Dicevamo che la vicenda ebbe immediate connessioni con la spedizione in Sicilia infatti il Garibaldi affranto dalle vicende personali nei mesi seguenti venne stordito anche da quelle politiche, in particolar modo la cessione di Nizza a cui seguirono le sue dimissioni da deputato.
Pressato dagli insorti siciliani, agitato dai mazziniani e intiepidito dal re, Garibaldi, rispetto al suo tipico decisionismo scervellato, si dimostrava stranamente irresoluto e tentennante davanti alla possibilità di guidare una spedizione di volontari per strappare la Sicilia ai Bguelorboni, legandole il cappio sabaudo sotto il pretesto della liberazione dell'isola.
Il Cavour nel frattempo, tramite la rete che lo univa ai rivoltosi siciliani e alla marina britannica, aveva già organizzato per filo e per segno la “passeggiata” duo siciliana e aveva solo bisogno di un protagonista: davanti ai dubbi di Garibaldi il ministro piemontese aveva già pensato anche ad un sostituto, Ignazio Ribotti, noto avventuriero nizzardo.
Davanti alla possibilità di essere eclissato da un concittadino, Garibaldi in un ultimo sussulto di orgoglio mascolino, troppo abbassato dalle vicende del gennaio, accettò in aprile di guidare la spedizione: Cavour trovò così lo spaventapasseri che cercava mentre Garibaldi trovò pane per i suoi denti, cioè un impresa senza rischi ma utile a far continuare il suo mito.
a cura dell'ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
25 aprile 2010
Si avvicina la data del 25 Aprile e, come ogni anno, assisteremo alle trite e tristi polemiche fra Destra e Sinistra italiane sulla celebrazione della ricorrenza della fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, sfuggendo come sempre alla logica dei due schieramenti opposti, frutto di una ottocentesca visione, mentre si unisce al ricordo di tutti i Lombardi che caddero in questa ed in altre guerre, frutto dell'italica follia, non può che ricordare a tutti i Militanti e Simpatizzanti del Movimento che nella stessa data ricorre la Festa di San Marco, patrono del Veneto, ma le cui insegne garrirono per molto tempo anche su parte della Lombardia.
Festeggiare San Marco significa anche ricordare ai Lombardi un modello di Stato che, per secoli, fu sinonimo di onestà e buona amministrazione, tanto rimpiante oggi, e di integrazione fra Terre e Popoli diversi, uniti sino alla fine dal rispetto di leggi chiare e giuste.
E festeggiare San Marco significa anche, in questo momento storico di ripresa di fervore Indipendentista in ogni Nazione europea, essere al fianco dei Movimenti Venetisti che sabato 24 Aprile saranno in Piazza a Venezia per chiedere a gran voce l'Indipendenza del Veneto, proprio sotto le bandiere con il Leone.
Bandiere di guerra e di pace, ma conosciute nel mondo intero e dal mondo intero rispettate, come conosciute e rispettate sono le genti Venete e Lombarde.
VIVA SAN MARCO - VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Oggi circa 400 Sindaci lombardi si sono ritrovati a Milano per quella che sugli organi di stampa e su tutti i media viene definita una “dirompente” protesta contro i tagli governativi alle finanze comunali. “Dirompente” in quanto, con un gesto secondo loro rivoluzionario, i Sindaci hanno “simbolicamente” consegnato al Prefetto di Milano la loro fascia tricolore ( i media non ci informano se la fascia sia stata loro resa alla fine della manifestazione o no……).
Mancava ovviamente, a causa di un dissidio sulla forma della manifestazione, la signora Sindaco di Milano, la quale evidentemente non ha fatto una piccola considerazione in merito alla sostanza: il Governo centrale abolendo l'ICI ha svuotato di circa 36 milioni di Euro le casse del Comune da lei amministrato.
Risultato di questa “vibrata” protesta è stata l'ennesima rassicurazione telefonica da Roma del Ministro Tremonti, che ha tranquillizzato i “borgomastri” su un prossimo intervento del Governo romano per risolvere i loro problemi.
Ora, a parte la considerazione che buona parte dei Sindaci in oggetto, a partire dal presidente dell'Anci Lombardia, avv. Fontana, hanno come referente governativo un partito che sostiene di aver a cuore soprattutto il Popolo del Nord (in effetti non abbiamo ancora capito come, in merito alla sua azione di governo degli ultimi tempi….), il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA non può non fare un paragone con quanto avviene da altra parte d'Europa, nella Catalunya, una delle regioni economicamente e culturalmente più simili alla Lombardia.
Negli ultimi mesi si sono svolti dei Referendum in centinaia di piccoli e grandi comuni catalani (nel mese di Aprile saranno circa 200), con l'assenso o quantomeno il beneplacito degli amministratori locali, per chiedere l'Indipendenza dal Regno di Spagna.
Evidentemente gli amministratori locali catalani si sono resi conto che senza l'Indipendenza i loro problemi saranno sempre maggiori e saranno sempre più impossibilitati a dare quelle risposte ai loro cittadini degne di una Nazione civile ed avanzata.
Ecco perché ci permettiamo di dare un consiglio ai nostri borgomastri: invece di tendere il vostro cappello sempre verso Roma, rivolgete il vostro sguardo verso Ovest e ,al di là del Mediterraneo, troverete forse la risposta più chiara alle vostre osservazioni.
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
8 aprile 2010
Mentre da noi il dibattito politico continua sulle solite ed inutili amenità, il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA non può che rivolgere la propria attenzione su quanto sta avvenendo in uno Stato vicino, il Regno di Spagna.
Infatti è notizia di questi giorni che la Magistratura spagnola, nell 'ambito del processo repressivo nei confronti degli Indipendentisti Baschi, ha presentato pesantissime richieste di condanna nei confronti di numerosi dirigenti dei movimenti della Izquierda Abertzale (la sinistra patriottica), nonché di totale inibizione dall 'attività politica dei Movimenti in oggetto.
Tra i destinatari dei provvedimenti richiesti dall'Audencia Nacional di Madrid si trova anche lo storico dirigente Indipendentista Arnaldo Otegi, tuttora in carcere.
IL FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, che non si riconosce nell' impostazione che ritiene il mondo diviso tra destra e sinistra, ma in quella che suddivide le forze politiche fra centraliste ed indipendentiste, non può che esprimere tutta la propria solidarietà ai militanti ed ai movimenti Baschi, impegnati da decenni in un confronto con lo Stato centrale e che hanno più volte espresso negli ultimi anni in pubblici interventi la propria decisione di portare avanti una trattativa politica e non un confronto militare con Madrid.
GORA EUSKAL HERRIA - INDEPENDENTZIA
VIA DALL'ITALIA – LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
7 aprile 2010
In relazioni a dichiarazioni apparse sul Forum http://forum.politicainrete.net/padania/54302-max-ferrari-alle-regionali-voteremo-lega-nord.html
Max Ferrari ovvero della propaganda politica
Sarebbe inutile, sotto ogni punto di vista, interloquire con chi sciorina insinuazioni e vittimismi.
Ci preme però garantire che la posizione espressa da alcuni forumisti militanti del Fronte su questo forum è quella del Fronte Indipendentista Lombardia.
Li ringraziamo anzi per essersi espressi con la dovuta pacatezza di fronte ad un caso di “cambio di casacca” incredibile e increscioso e ovviamente ribadiamo la stima che abbiamo verso tutti questi militanti che quotidianamente lavorano (checché ne dica il Ferrari) sul territorio e tramite i mezzi di comunicazione al servizio del Movimento.
E' però interessante analizzare il meccanismo propagandistico che c'è nell'intervento di Max Ferrari.
I propri difetti, pur accennati, si attenuano e spariscono, quelli degli altri (veri o presunti) diventano giganteschi e gettati in pasto alla “pubblica opinione” secondo i più classici stilemi della disinformazione organizzata e di una certa propaganda politica.
Fase uno: l'attacco “ad personam” per togliere autorevolezza all'interlocutore e per spostare l'attenzione dalle giuste critiche che vengono legittimamente sollevate.
Tipico “modus operandi” appreso alla “scuola del leghismo”(tra l'altro sposatosi oggi in maniera perfetta con la logica berlusconiana di demonizzazione dell'avversario).
Fase due: condire questi attacchi con notizie inesatte, parziali o fuorvianti, dividendo il mondo in buoni (chi per pietà, disinteresse o mancanza d'occasione, tace di fronte a questi trasformismi e quindi viene elogiato) e cattivi (chi sottolinea, e ci sembra il minimo, la totale incoerenza e la “faccia di tolla” mostrata dal soggetto in questione e quindi diventa, nella sua propaganda, parolaio, rivoluzionario da web, pessimo militante, ladro di “cadreghe” ).
Il quadretto di Ferrera di Varese, occupata dai quattro consiglieri frontisti (“cadregari” non manca di sottolineare il giornalista), che governano (dall'opposizione), decidendo sulla pelle dei poveri abitanti, è veramente debole e mal confezionato.
Ci saremmo aspettati qualcosa di meglio.
Aggiungiamo però qualche nota esplicativa per ristabilire la verità dei FATTI, dopo queste fole giornalistiche: le liste sono state fatte a casaccio e per foia elettoralistica da Ferrari stesso che ha inserito come candidati in provincia di Varese militanti di Varese., Como, Lecco, Milano.
La responsabilità della creazione di tutte queste liste composte da militanti lontani dal territorio elettorale ricade sul SOLO Ferrari. A Ferrera di Varese sono risultati eletti quattro consiglieri per “Fronte Nord - Lombardia autonoma” che poi sono passati TUTTI alla denominazione di “Fronte Indipendentista Lombardia” quando il Fronte è uscito da Lombardia autonoma il 15 ottobre 2009.
(Forse questo il motivo di tanto astio?).
Di questi due abitano in comuni vicini, uno è di Varese e uno della provincia di Como (il nostro Portavoce Nazionale).
Il gruppo consiliare del FIL ha subito preso contatto col disponibile sindaco di Ferrera, Gabriele Morello, per iniziare una proficua collaborazione, nei rispetto dei reciproci ruoli, studiando tutte le problematiche del posto, partecipando a TUTTI i preconsigli e a TUTTI consigli comunali.
Grazie soprattutto all'impegno dei consiglieri Alberti (capogruppo), Filippi e Scaglioni, il nostro piccolo movimento ha collaborato proficuamente alla gestione di questo comune in questi primi mesi, vincendo anche il gap legato alla minore conoscenza dei luoghi.
Ci premeva informare che sarebbe inutile dimettersi per fare largo agli abitanti del luogo perché nella nostra lista non c'è purtroppo nessun locale (e questo Ferrari lo sa bene, avendola redatta) e di certo il FIL non intenderebbe cedere comunque il posto agli italiani della Lega Nord e quindi si propone di continuare il suo lavoro in quel comune (vero “nido dell'aquila” indipendentista per usare una terminologia assai cara al nostro ex segretario) sino al compimento della legislatura comunale.
Ci sembrerebbe banale ricordare al Ferrari che tutti gli indipendentisti seri in Europa entrano naturalmente, quando possono, nelle istituzioni locali (e spesso non solo in quelle) per portare le proprie istanze.
Tutto questo ovviamente non vi è stato detto, cari lettori, ma questo, in gergo giornalistico, si chiama “selezione delle notizie”.
Per il resto è grottesco e anche vagamente cialtronesco che un ex-militante (peraltro passato alla concorrenza) si metta a questionare sul numero di gazebi o presidi fatto dal suo ex-movimento.
Per i primi mesi di riorganizzazione si è realisticamente deciso (in Consiglio nazionale) di rinunciare ai gazebo per preferire affissioni murarie e volantinaggi (come sanno molti elettori di Varese, Como e Monza-Brianza).
Ovviamente non è vero ed è gravemente ingeneroso (verso molti) dire che nessuno ha collaborato.
Ovviamente c'è chi ha militato di più e chi di meno ma bisogna ricordare che il Fronte da solo ha affrontato due elezioni provinciali nel 2007, una provinciale e una “nazionale” nel 2008, prima delle provinciali di Milano associato con “Lombardia Autonoma” nel 2009.
Basti pensare al vasto e articolato supporto logistico fornito dall'attuale presidente del Fronte, Gianmario Marcante, dal gruppo dei militanti di Busto Arsizio e di Giovanni Stefanazzi, attuale segretario amministrativo, e dalla Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica che, in ossequio al progetto frontista, riuscì a “soffiare” un intero gruppo universitario (con le tutte strutture annesse utilissime nei primi anni del Fronte) ai “Giovani Padani” e continua la sua attività ancor oggi.
Sarebbe forse da domandarsi se avesse un senso questo intestardirsi nel presentarsi in TUTTE queste competizioni elettorali, pur con lo scarso numero di forze a disposizione, aspettandosi poi grandi risultati (ovviamente mai arrivati), piuttosto che prepararsi ad un lungo lavoro di opposizione culturale e quindi politica, ma fuori da gran parte delle istituzioni.
Ma evidentemente le ambizioni erano ben altre e assai più concrete.
E ci limitiamo a questa pacata sottolineatura, che è nulla in confronto alle quintalate di letame che il giornalista Max Ferrari tenta di rovesciarci addosso.
Per il resto ribadiamo che fortunatamente le strade del Fronte Indipendentista Lombardia e di Ferrari si sono separate per sempre (e nel linguaggio indipendentista “sempre” significa “sempre”).
Ci vorranno anni per riparare ai disastri di immagine portati dalla precedente gestione ma NOI abbiamo tempo.
3 aprile 2010
Ufficio Politico
Fronte Indipendentista Lombardia
Dopo qualche giorno dalla chiusura delle urne delle Elezioni Regionali in Lombardia, non possiamo evitare di commentare quanto è avvenuto nel panorama politico della nostra Regione.
Come abbiamo già avuto occasione di affermare, il dato oggettivamente più rilevante è quello del numero dei cittadini lombardi che hanno inteso disertare le urne: ben 2.721.000 lombardi non hanno usufruito del diritto di voto, rifiutando con questo atteggiamento il mondo politico in toto.
A questa cifra dobbiamo poi aggiungere circa 150.000 cittadini che hanno preferito inserire nell'urna una scheda bianca o esprimere il loro disgusto annullando la scheda.
Tale disaffezione, ancora più rilevante se commisurata alla tradizionale maturità politica del popolo lombardo, dovrebbe creare uno scompiglio incredibile nell'ambiente politico della nostra Regione.
Ed invece, come possiamo tutti notare consultando i grandi media, tutto è già scivolato nell'oblio, in quanto i politici di professione che purtroppo amministrano, sia in maggioranza che in opposizione, la Lombardia sono troppo impegnati nella spartizione del potere.
L'unica cosa che i Lombardi possono trovare oggi sui media sono infatti le prime avvisaglie della guerra intestina che sta per esplodere fra le componenti della maggioranza che ha riconfermato l'eterno Formigoni alla guida della Regione: gli appetiti di coloro che si ritengono determinanti per la tenuta della maggioranza dovranno essere soddisfatti ed i cittadini assistono impotenti allo spettacolo indecente di personaggi che, ritenendosi evidentemente all'altezza, ipotecano già poltrone ed incarichi.
Tutto questo senza alcun interesse per le legittime istanze popolari: le promesse della campagna elettorale (se ce ne fosse per caso stata una basata sulla progettualità, ma sinceramente non ce ne siamo accorti ……) saranno regolarmente dimenticate e tutto continuerà all'ombra della peggior classe politica che mai questa Regione abbia avuto.
In questo squallido panorama, Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, dopo aver comunque ricordato con un plauso quelle liste locali che si sono battute sotto le insegne dell'autonomismo nella nostra Regione e gli Indipendentisti che si sono schierati nel vicino Veneto, non può che raddoppiare il proprio impegno, rivolgendo la propria attenzione proprio ai quasi 3 milioni di lombardi che si sono temporaneamente allontanati dalla sfida politica e cercando di convincere loro e gli altri cittadini della validità della battaglia Indipendentista.
Solo con la consapevolezza che tutti i problemi che soffre la nostra popolazione vengono dall'Italia e dai suoi politici inaffidabili, i Lombardi potranno riconquistare quella posizione di eccellenza in ogni ambito, sociale, economico e culturale, che hanno sempre saputo mantenere.
Solo lasciando al suo destino l'infausto Stato unitario si potrà evitare di raggiungere un livello di degrado totale, al quale purtroppo ci stiamo pericolosamente avvicinando.
VIA DALL'ITALIA
LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
1 aprile 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Secondo i dati che via via arrivano dalla Agenzie di stampa, dobbiamo riscontrare che finalmente anche il Popolo Lombardo inizia ad aprire gli occhi: l'astensionismo in occasione di questa tornata elettorale regionale sta raggiungendo dimensioni storiche anche nella nostra Regione.
I Lombardi evidentemente hanno raccolto l'appello di quelle forze che si oppongono al falso dualismo destra-sinistra, entrambe componenti attive di quella Casta politica italiana autoreferenziale e finora sorda alle reali aspettative popolari e solo concentrata nella spartizione del potere e delle risorse della nostra Terra.
Sarà inoltre interessante analizzare il dato relativo alle schede annullate, fra le quali sicuramente saranno in buon numero quelle depositate da coloro che hanno seguito la nostra indicazione di Astensione Attiva apponendo la scritta
VIA DALL'ITALIA – LOMBARDIA LIBERA.
Questo risultato non rappresenta altro che un formidabile stimolo a proseguire nella nostra azione di sensibilizzazione politica degli abitanti della bella Lombardia, finora scherniti e turlupinati da politici senza scrupoli, personaggi totalmente estranei alla tradizione e cultura lombarda, ma che si ricordano di questi grandi temi solo per riempirsi la bocca in campagna elettorale.
BASTA CON I PARTITI ITALIANI E CON I LORO ASCARI LOCALI
VIA DALL'ITALIA – LOMBARDIA LIBERA
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
29 marzo 2010
Purtroppo la confusione dell'elettorato Lombardo, primo nemico del nostro Popolo e dei suoi legittimi interessi, sta cercando di farsi avanti anche in questa campagna elettorale regionale.
Ogni giorno dobbiamo assistere, in questo scenario degno della commedia dei pupi siciliani, all'exploit di personaggi che in passato hanno legato il proprio nome alle battaglie indipendentiste e che oggi fanno appelli al voto a favore della Lega Nord, partito ormai assolutamente inserito in questo torbido mondo politico italiano.
Se tutto ciò non fosse ripugnante e grottesco,verrebbe da sorridere.
E' però per noi un dovere ribadire con determinazione la nostra scelta a favore dell'ASTENSIONISMO ATTIVO, unica soluzione per dare un forte segnale alla politica romana.
Facciamo capire a Lorsignori che i Lombardi hanno imboccato la strada del rifiuto di logiche di poli contrapposti, di false promesse mai mantenute da ogni Governo romano e di crisi economica e di valori, che stanno devastando la nostra Lombardia.
Che cosa significa ASTENSIONISMO ATTIVO : sulla scheda per le Regionali
SCRIVI "VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA"
E' importante farlo in tanti per far capire che anche nelle nostre Terre sta prendendo piede quella coscienza Indipendentista che grandi risultati sta ottenendo in tutta Europa.
21 marzo 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Piergiorgio Seveso – Portavoce Ufficio Politico
Una conferma alle nostre analisi sulla crisi ormai irreversibile dello Stato centralista ci è giunta nello scorso fine settimana da una terra a noi geograficamente molto vicina, ma le cui vicende storico-politiche sono spesso ignorate dai grandi media.
In occasione delle Elezioni Regionali francesi, che hanno visto in tutto in territorio transalpino una battuta d'arresto del centrodestra di Sarkozy, in Corsica si è verificato quanto da noi previsto: le liste autonomiste ed indipendentiste hanno raggiunto un risultato storico per percentuale e numero di voti.
Il movimento FEMU A CORSICA (autonomista) ha raggiunto il 18,40% dei suffragi, mentre il dichiaratamente indipendentista CORSICA LIBERA è arrivato al 9,44%, raggiungendo addirittura in alcuni centri la prima posizione fra i votati.
Un totale quindi di circa il 30% degli elettori corsi hanno voluto dare un chiarissimo segnale al Governo di Parigi: la Corsica è stanca di essere una colonia francese e, vista la grave crisi economica che colpisce tutto il continente, non vuole essere trascinata, come avvenuto in passato, nel baratro a causa di scelte altrui.
Tutto ciò è avvenuto nel prima chiamata alle urne: al ballottaggio, al quale partecipano l'UMP e i due movimenti nazionalisti, sicuramente Parigi saprà imporre i propri uomini, complice anche una Gauche tremebonda che non ha, in questi giorni, accettato un patto con gli oppositori corsi, che avrebbe permesso di allontanare i rappresentanti del Presidente francese dalla maggioranza dell'Assemblea Corsa.
Riteniamo che sia da sottolineare soprattutto il risultato di CORSICA LIBERA, movimento recentemente nato e che, sotto la guida di Jean Guy Talamoni, si è incamminato senza dubbio alcuno verso la richiesta di Indipendenza della Corsica, nell'ambito di una programma dove la valorizzazione della cultura locale e la difesa del territorio dalla speculazione selvaggia hanno grande risalto.
E' sicuramente un buon viatico per chi, come il FRONTE INDIPEDENTISTA LOMBARDIA, si batte per l'autodeterminazione dei Popoli e la Libertà della propria Terra nei confronti degli Stati di ottocentesca memoria, strutture ormai obsolete e che non sono più in grado di garantire livelli di vita e di vivibilità agli abitanti delle proprie regioni.
VIA DALL'ITALIA - LOMBARDIA LIBERA
20 marzo 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Piergiorgio Seveso - Portavoce Ufficio Politico
L'ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia segnala all'opinione pubblica milanese e lombarda l'iniziativa del centro studi “Davide Albertario” che dedicherà il pomeriggio di sabato 20 marzo 2010 una conferenza al tema dei rapporti tra i principali autori della letteratura di lingua italiana e la Massoneria.
Relatore sarà il professor Paolo Mariani, autore de “LA PENNA E IL COMPASSO L'altra faccia della letteratura italiana: gnosi, massoneria, rivoluzione” e de “L'ACCADEMIA E LA LOGGIA, Rivoluzione e massoneria alle origini dell'Italia moderna”.
Pur avendo l'ottimo centro studi “Davide Albertario” finalità esclusivamente religiose, ci sentiamo di incoraggiare la partecipazione a quest'evento in quanto pienamente formativo rispetto ad alcune della battaglie politico-culturali portate avanti dal nostro movimento.
Da Goffredo Mameli a Luigi Settembrini, da Ugo Foscolo a Giosuè Carducci, dal Collodi a Edmondo De Amicis, da Francesco De Sanctis a Giovanni Pascoli, da Giovanni Verga sino a Salvatore Quasimodo, un sottile filo verde massonico collega queste figure, forzosamente inserite nel “canone” della letteratura italiana e dedite ad una produzione culturale e letteraria volta all'affermazione dei principi rivoluzionari del “Risorgimento” (che non a caso fu la “Rivoluzione italiana”), contrari a quelli tradizionali dei popoli della penisola.
La diffusione dei principi massonici rivoluzionari si attuò soprattutto attraverso la scuola italiana, resa obbligatoria dopo essere stata sottratta alle corporazioni religiose, in cui l'insegnamento della letteratura è modulata sul canone della “Storia della letteratura italiana” del “fratello” De Sanctis, in cui, ben lungi dal limitarsi ad innocue considerazioni letterarie, questi disegnò un progetto di modernizzazione e secolarizzazione civile da imporre ai fanciulli.
Sia la destra che la sinistra novecentesca sarebbero state influenzate da questa visione, tanto che lo stesso Giovanni Gentile, pur non essendo massone, con la sua riforma scolastica non fece altro che riproporre il medesimo modello massonizzante e laicizzante, con una limitata e capziosa concessione alla religione cattolica.
Particolare attenzione andrebbe dedicata alle mitologie letterarie del nazionalismo italiano del '900 , tra cui segnaliamo la figura di Gabriele D'Annunzio e in particolar modo la Costituzione "infernale" del repubblica di Fiume, vera anticipatrice degli attuali sfaceli postmoderni.
Il Fronte Indipendentista Lombardia plaude a quest'ottima conferenza antimassonica e incoraggia tutte quelle iniziative che possano condurre a seri percorsi culturali revisionistici, avvicinandosi il centocinquantenario dell'unificazione italiana.
Per ulteriori informazioni www.davidealbertario.it
18 marzo 2010
Fronte Indipendentista Lombardia
Ufficio Politico
Giorgio Napolitano: La riflessione storica, ed egualmente l'indagine sulle vicende politico-istituzionali ed economico-sociali, debbono peraltro abbracciare l'evoluzione dell'Italia unita nei periodi successivi alla fondazione del nostro Stato nazionale, fino a consentire un bilancio persuasivo da far valere nel tempo presente.
Fronte Indipendentista Lombardia: Ammesso e non concesso che sia giusto celebrare i 150° anni dall'inizio del dominio sabaudo sulla penisola, quest'occasione non potrebbe essere usata per restituire la loro memoria storica recente ai popoli italiani?
Napolitano dimostra di non essere d'accordo.
Vorrebbe unicamente celebrare un evento che individua come palingenetico: per Napolitano non c'è nulla d'interessante prima del Risorgimento.
L'oblio della storia degli stati italiani preunitari, come già notava tempo fa il compianto professor Cesare Mozzarelli, è un vero e proprio gap della storiografia italiana, che le altre storiografie europee non condividono.
Giorgio Napolitano: Perché in effetti con l'avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell'800 il formarsi dell'Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861.
Fronte Indipendentista Lombardia: A cosa si riferisce Napolitano?
Possiamo anche essere d'accordo sull'acriticità di una piccola parte della storiografia antirisorgimentale ma anche tra le file di quella filo-risorgimentale non mancano giudizi tendenziosi e palesemente propagandistici.
Il problema è che ogni ricostruzione storica dovrebbe essere valutata in base alla sua coerenza interna e alla sua fondatezza (cioè al riferimento alle fonti), mentre Napolitano è afflitto da un pregiudizio di stampo snobistico: solo ciò che ha provenienza accademica è “storiografia seria”.
Giorgio Napolitano: C'è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale.
Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano è vittima della stessa disinvoltura che rimprovera ad altri.
A Chiunque abbia buona fede non può sfuggire come all'atto dell'unità, secondo il calcolo di Tullio de Mauro, la percentuale di popolazione che parlava italiano era di circa il 2,5%, comprendendo tra essi i toscani e i romani (altrimenti un misero 8,9‰).
Non può inoltre ignorare come l'italiano letterario si fondava sulla proposta bembesca di una lingua ispirata ai modelli del fiorentino trecentesco e non seguisse quindi la reale lingua parlata, nemmeno quella dei fiorentini.
Inoltre la creazione di una cultura “nazionale” è una tipica invenzione romantica, che ha poco a che vedere sia con la cultura barocca che con quella rinascimentale e al massimo s'incomincia a intravedere con l'illuminismo.
Giorgio Napolitano: Non deve sottovalutarsi la presa che può avere in diversi strati dell'opinione pubblica questa deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni di umori negativi e di calcoli di parte.
Fronte Indipendentista Lombardia: L'accusa di un interesse politico (“calcoli di parte”) nascosto dietro gli studi revisionistici, bollati come “vecchi e nuovi luoghi comuni”, è risibile considerando che con questo discorso è evidente come Napoltano stessa voglia utilizzare e condizionare la produzione culturale al fine di puntellare l'unità d'Italia (a meno che questa non sia una finalità politica ma morale o, addirittura,”religiosa”!).
Giorgio Napolitano: E bisogna perciò reagire all'eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell'Unità italiana.
Fronte Indipendentista Lombardia: Traduciamo: chi vuole parlare deve avere una cattedra e chi ha una cattedra deve parlare bene dell'unità d'Italia. Circolo vizioso, no?
Giorgio Napolitano: E bisognerà così rivalutarne e farne rivivere anche aspetti e momenti esaltanti e gloriosi, mortificati o irrisi spesso per l'ossessivo timore di cedere alla retorica degli ideali e dei sentimenti.
Fronte Indipendentista Lombardia: La scuola dell'obbligo, imposta dal Regno d'Italia mentre distruggeva l'insegnamento religioso, ha educato generazioni di scolari non certo attraverso meditate ed equilibrate opere storiche bensì attraverso la retorica farsesca dei Mercantini, le esagerazioni propagandistiche dell' Abba e il greve sentimentalismo di De Amicis.
Là dove la storia non dava sufficienti garanzie Francesco De Sanctis prima, e Giovanni Gentile, poi, sapevano bene che sarebbe stato meglio educare con la poesia e la retorica. Napolitano ha la stessa idea: ridare fiato alla tromba del patriottismo!
Giorgio Napolitano: Io vorrei solo - guardandomi dal tentare impossibili sintesi - suggerire, qui, il punto di osservazione dal quale si può meglio cogliere la forza e la validità dell'esperienza storica dell'Italia unita.
Fronte Indipendentista Lombardia: Cosa significa “la validità dell'esperienza storica”?
La storia (senza alcuna S maiuscola) è meramente l'insieme degli eventi del passato i quali non possono essere classificati come “validi” o “non validi” ma, caso .mai, unicamente come “veri” oppure “falsi”.
Giorgio Napolitano: Un punto di riferimento come quello costituito dagli eventi che fanno per così dire da spartiacque tra l'Italia che consegue la sua unità e l'Italia che inizia, ottantacinque anni dopo, la sua nuova storia.
Parlo del momento segnato dall'avvento della Repubblica, dall'elezione dell'Assemblea Costituente, dall'avvio e dallo svolgimento dei lavori di quest'ultima.
Fronte Indipendentista Lombardia: Il Risorgimento di Napolitano è quello delle 3 R (Risorgimento-Resistenza-Repubblica) in cui le ultime due sono tese ad inverare hegelianamente la prima.
Napolitano non si estranea dal giochetto che tutte le filosofie politiche novecentesche (Gramsci, Mussolini, Gobetti) hanno tentato.
Il Risorgimento per loro non è tanto una serie di eventi da spiegare, bensì il principio di un movimento dello spirito (il geist hegeliano) che deve ancora assumere la sua vera forma (o, nel caso di Napolitano, l'ha assunta 85 anni dopo).
Questa patina filosofica data alle vicende storiche offusca la loro realtà: cosa potrebbe mai centrare Cavour con la Resistenza?
Se però questo giochetto è lecito lo si permetta anche a noi: il Risorgimento è l'affermazione del folle principio nazionalistico che portò alla catastrofe delle guerre mondiali .
Giorgio Napolitano: L'unità forgiatasi nel Risorgimento aveva ben presto dovuto far fronte all'esplodere - già nell'estate del 1861 - del brigantaggio meridionale, che sembrò mettere in causa l'adesione delle popolazioni del Mezzogiorno al nuovo Stato nazionale, e su cui fece leva il tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica a fini di restaurazione Le forze del giovane Stato italiano dovettero impegnarsi per anni, fino al 1865, per sventare quel tentativo, per sconfiggere militarmente il "grande brigantaggio" senza che peraltro venissero date risposte a quel che era stata anche una disperata guerriglia sociale dei contadini poveri del Mezzogiorno.
Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano liquida la complessa questione delle insorgenze antiunitarie meridionali con il termine “grande brigantaggio”, che implica di necessità una valutazione criminale del fenomeno.
Prende inoltre una posizione insostenibile per unilateralità: il brigantaggio sarebbe stato fomentato dai Borboni e, di conseguenza, nulla di spontaneo e di “popolare”.
Senza voler negare il ruolo giocato dai Borboni, le sollevazioni popolari al sud si sviluppano a causa di motivazioni economiche sì ma anche culturali, religiose e sociali.
Le insorgenze popolari, ovunque si siano generate, hanno avuto cause molteplici proprio perché scaturite da organizzazioni sociali caratterizzate da un forte grado di coesione: la legittimità del sovrano non è solo un fattore politico ma ha anche dirette conseguenze sul piano sociale e religioso, così come il fattore religioso ha un immediato riflesso sul piano sociale.
Dall'altra parte usare il termine “guerriglia sociale” ci sembra vada ben oltre la stessa interpretazione marxista del “brigantaggio”, perché sembrerebbe attribuire al popolo una volontà di rivalsa e rivoluzione sociale (un'autocoscienza rivoluzionaria) che non solo è impensabile, ma neppure Gramsci gli avrebbe attribuito.
E' da notare che inoltre Napolitano non spende una parola per commemorare le decine di migliaia di persone uccise dalla repressione piemontese, che nella sua neolingua diventa l' “impegno per sconfiggere militarmente il grande brigantaggio”.
Non temete: nessuno parlerà degli stermini, dell'applicazioni della legga marziale, delle condanne basate sulla presunzione di colpevolezza in base alla “scienza” fisiognomica di Lombroso.
Non si parla dei vinti ma solo dei vincitori!
Giorgio Napolitano: Le ragioni storiche profonde dell'Unità risultarono più forti dei limiti e delle tare, pure innegabili, dell'unificazione compiutasi nel 1860-61; e ressero per lunghi decenni, da un secolo all'altro, a fratture e sommovimenti.
Fronte Indipendentista Lombardia: Pur ammirando la sincerità nell'ammettere le tare del processo di unificazione, non si può tacere dell'infondatezza di questa affermazione.
Non furono presunte “ragioni storiche profonde” (che altrimenti avrebbero dovuto funzionare anche nei secoli precedenti) a tenere insieme l'Italia bensì, la forza di reiterate repressioni militari (al sud così come al nord, come Bava Beccaris a Milano), di un congegnato sistema di sradicamento territoriale attraverso la leva militare e dell'omologazione culturale tramite la scuola dell'obbligo, studiata a tavolino con “compasso e squadra”.
Giorgio Napolitano: Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva "pensato a tutta l'Italia" e "parlato in nome dell'Italia".
Fronte Indipendentista Lombardia: In realtà è assai dubbio che Cavour volesse veramente costituire uno stato peninsulare.
Molto più probabilmente avrebbe voluto un 'espansione sabauda verso la Lombardia e un generale riassetto della penisola, che comunque non avrebbe mai voluto vedere unificata, soprattutto sotto i Savoia, che avrebbero guadagnato dall'unificazione solo grattacapi.
15 marzo 2010
Piergiorgio Seveso - Luca Fumagalli
Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
Non vogliamo entrare nemmeno nel merito della liceità del Decreto Salva-Liste (o meglio Salva-Formigoni-CL-Forza Italia-Lobby del Cemento-Partito degli affari-Lega Nord associata).
La riflessione che i Patrioti che si riconoscono nelle idee del Fronte Indipendentista Lombardia devono fare e´ che le cose non cambiano mai: anche in questo caso è Roma (rappresentata da Giorgio Napolitano, uomo in tutto e per tutto parte dell'apparato e dell'intellighenzia italiana) ad intervenire pesantemente sulla politica Lombarda.
Certamente tutto questo caos era stato causato dalla ingiusta legge elettorale, studiata a tavolino per impedire nella sostanza a piccoli Movimenti di partecipare alla contesa a livello regionale, ma nel caso specifico errori ed inadempienze di una lista sono stati sanati dall´emissione di un Decreto Governativo che viola lo spirito del rispetto della legge e delle, pur anacronistiche ma vigenti, norme.
I fili delle marionette si erano intrecciati tra loro in una matassa inestricabile: lo "spettacolo della democrazia" non poteva continuare ad uso delle masse belanti o distratte e allora anche le leggi, anche la Costituzione ha dovuto cedere.
Lo "spettacolo della democrazia" deve continuare.
Verrebbe voglia di andarsene da questo marcio teatro ma forse si può fare ancora qualcosa per strappare questo sipario di menzogne e inconfessabili interessi.
Quale soluzione ci può essere per non dare ancora più forza al potere centralista, falsamente rappresentato da destra e sinistra, tragiche facce della stessa medaglia, e ridare potere al popolo Lombardo, stanco di vaghe promesse mai mantenute e sempre più esausto grazie allo Stato italiano:
ASTENSIONE ATTIVA: SULLA SCHEDA SCRIVI
VIA DALL´ITALIA-LOMBARDIA LIBERA
Fallo per te, per la tua famiglia e soprattutto per i tuoi figli, in modo che possano crescere con la speranza di vivere in una nuova realtà impregnata di (vera) Libertà.
8 marzo 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Piergiorgio Seveso - Portavoce Ufficio Politico
Si avvicina la scadenza elettorale lombarda e la sensazione più diffusa fra la popolazione è di sconcerto di fronte a tutto quello che sta avvenendo.
La Lombardia è sempre più nella morsa della gravissima crisi economica che sta impoverendo tutte le famiglie lombarde, crisi che si innesta violentemente su quella politico-istituzionale, segno assoluto del degrado raggiunto dall'Italia intera.
Ed è proprio questa la riflessione alla quale invitiamo i Lombardi: non è certo un problema di collocazione politica: destra o sinistra si sono dimostrate uguali nell'incapacità di dare risposte al popolo della nostra Terra.
E quello che è ancora peggio, la stessa incapacità è stata dimostrata anche da quei partiti nati in Lombardia qualche decennio fa e che, al di là di vuoti slogan ad effetto, si sono comodamente assisi negli scranni romani, dimenticando tutti gli impegni presi.
Il Popolo Lombardo DEVE, a questo punto, prendere il timone di questa nave alla deriva e dare il segnale che il punto di non ritorno è stato valicato.
La sola soluzione possibile E' la crescita del pensiero indipendentista lombardo: certamente non siamo sognatori e non ci nascondiamo il fatto che anche una Nazione come la nostra, pur con un potenziale sociale ed economico formidabile, avrebbe bisogno di un periodo di naturale assestamento per poter contrastare analoghe realtà in campo europeo e mondiale.
Ma di fronte al disastro italiano, tutto sarebbe accettabile pur di ripristinare la tradizionale eccellenza della Lombardia in tutti i campi, compreso quelli che spesso vengono dimenticati nella vulgata centralista, e cioè le arti e la cultura in generale.
COME DARE QUESTO SEGNALE?
QUANDO TI RECHI ALLE URNE, SCRIVI “VIA DALL'ITALIA – LOMBARDIA LIBERA"
Non violerai alcuna legge e FINALMENTE potrai far sentire la TUA voce, sfuggendo alla gabbia della partitocrazia, massima responsabile della situazione attuale.
5 marzo 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Il 20 febbraio 1810 l'oste Andreas Hofer, comandante dell'Insorgenza tirolese, cadeva coraggiosamente sotto il piombo di un plotone d'esecuzione napoleonico a Mantova.
Aveva guidato la ribellione del popolo tirolese contro le leggi giacobine e vessatorie che il governo bavarese, collaboratore della belva coronata napoleonica, aveva emesso contro il popolo tirolese, la sua identità, la sua libertà.
Il suo motto fu 'per Dio, per l'Imperatore e per il Tirolo'.
Questo bicentenario non è però una mera commemorazione storica ma ci richiama alla più cruda attualità.
Il popolo lombardo, spossessato della sua identità, della sua lingua, della sua dignità e trasformato in un'anonima poltiglia sociale che arranca verso un incerto futuro, attende, deve attendere il suo Andreas Hofer.
Non ha bisogno dei politicanti che "tengano famiglia" pronti a svendere dignità e progetti al mercato della politica, non ha bisogno dei cialtroni guastamestieri senza arte nè parte, rapidi nell'adagiarsi nella palude della politica italiana, ma di uomini dalla sicura tempra morale con un vero progetto politico, anche di lungo percorso, fondato su valori forti, sul disinteresse personale e su una reale dedizione alla Causa.
Altrimenti nel teatro delle vanità della politica italiana, l'unico sconfitto è sempre il Popolo.
Piergiorgio Seveso
Ufficio Politico Fronte Indipendentista Lombardia
In occasione delle presentazione delle liste per le Regionali 2010, abbiamo assistito all'indecoroso spettacolo di liste presentate con una ricca serie di errori e mancanze burocratiche.
Non entriamo nel merito delle polemiche tra centrodestra, centrosinistra italiani ed i guastafeste radicali perchè
riflettono un dibattito politico da cui siamo per natura e per nazionalità estranei.
Certamente potremmo dire, senza timore di essere smentiti, che se il nostro Movimento avesse compiuta anche una sola delle mancanze procedurali che vengono legittimamente rinfacciate alle liste del ciellino-forzista Formigoni e della "sindacalista" Polverini, saremmo stati estromessi seduta stante e senza alcuna possibilità di "amnistia".
Nè tantomeno avremmo avuto sostegno di giornali, ministri, uomini della casta italiana e quant'altro.
Il potere italiano si perpetua, nel completo disprezzo delle regole e nel generale disinteresse della popolazione, ormai ripiegata su se stessa e attenta solo alla propria sopravvivenza.
Ancora una volta la democrazia rappresentativa (italiana) mostra quindi di essere un carnevalesco gioco di ombre, dietro il quale si agitano i conflitti tra piccoli e grandi potentati locali e le grandi lobby internazionali senza volto e senza nome.
Il Fronte Indipendentista Lombardia rivendica con orgoglio la propria assoluta estraneità rispetto a questo mondo politico ed invita tutti quelli che coltivano il medesimo sdegno a raggiungere le sue fila.
Piergiorgio Seveso
3 marzo 2010
Ufficio politico Fronte Indipendentista Lombardia
'La verità, infatti, è che è l'Italia la causa della corruzione italiana: lo si può dire senza rischiare l' accusa di lesa maestà?'
In un recente editoriale apparso su Il Corriere della Sera il Prof. Ernesto Galli della Loggia, eminente politologo della testata milanese, ha fatto un 'affermazione che, in qualche modo, appare come devastante nella nebbia politica italiana.
Noi lo sosteniamo da tempo e con forza, finora isolati nel panorama politico e mediatico lombardo, ma in ottima compagnia nel mondo politico indipendentista esistente sul territorio della Repubblica Italiana: è l'Italia, per come è nata e per come è cresciuta, la causa scatenante della corruzione politica e amministrativa che devasta il territorio e impoverisce sempre più la popolazione.
Come hanno dimostrato ampiamente i più recenti ed obbiettivi studi storici, questo Stato nacque da guerre di conquista effettuate dalla monarchia sabauda, che utilizzò ogni mezzo, lecito e non, per imporre la propria volontà a tutte le popolazioni della Penisola.
Come non ricordare il mercimonio nei confronti della classe dirigenziale politico-militare borbonica che aprì le porte all 'invasione di quel Regno ed alla devastazione successiva di quelle terre, causa scatenante di povertà e degrado.
Come non ricordare i plebisciti-truffa, grazie ai quali furono acquisite le terre venete.
Come non ricordare, purtroppo, l' opera della borghesia lombarda , legata alla massoneria, che spianò la strada all 'arrivo del Regno d'Italia anche nelle nostre città, dove l'Italia si distinse in poco tempo anche per la sua furia repressiva, vedi l' operato indimenticato ed indimenticabile delle truppe agli ordini di Bava Beccaris.
Ecco così nacque l'Italia e con lei una classe politica spregiudicata, che ancora oggi fa sentire il peso della propria inadeguatezza e corruzione.
GRAZIE PROF GALLI DELLA LOGGIA, GLI INDIPENDENTISTI LOMBARDI SONO D'ACCORDO CON LEI….
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
28 febbraio 2010
L'Ufficio Politico
Non intendiamo scendere al livello del pollaio della politica italiana,fatta ormai di polemiche sterili, gossip e boatos, ma ieri, venerdì 26 febbraio, abbiamo avuto occasione di leggere su un autorevole sito informativo varesino la dichiarazione del portavoce di Lega Padana in merito al ritiro della lista dalla competizione regionale lombarda.
Quello che ci ha più colpito è stato il seguente brano: “A questo punto nel movimento è prevalsa la linea di non ostacolare la corsa della Lega Nord: l'unico risultato della lista di Max Ferrari sarebbe stato togliere qualche consenso al Carroccio senza nemmeno ottenere un consigliere.”
Ora, ribadendo la scelta in controtendenza che il nostro Movimento ha fatto in tempi non sospetti, e cioè di battersi per un'astensione attiva durante questa tornata elettorale, non possiamo sorvolare sul fatto che un Partito che nel suo sito ufficiale sostiene di essere “lontano da Roma e da Berlusconi” nei fatti porti acqua al mulino dei più fedeli alleati del Cavaliere, ampiamente gratificati con poltrone di rango all'interno del Governo romano.
Riteniamo che la battaglia Indipendentista lombarda necessiti soprattutto di serietà e onestà intellettuale: tutte queste manovre non fanno altro che confondere la popolazione e distoglierla da quelli che sono i reali problemi nonché favorire la Casta politica italiana che ne è la vera causa.
Invitiamo quindi tutti i VERI Patrioti lombardi ad unirsi al FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, abbandonando alla propria deriva coloro che pescano nel torbido, forse sperando in qualche boccone lanciato dai padroni del vapore italiani e dai loro ascari.
VIA DALL'ITALIA
27 febbraio 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
L'Ufficio Politico
Spesso nell' immaginario collettivo gli Indipendentisti Lombardi vengono definiti visionari, sognatori e comunque con lo sguardo rivolto al passato, nonché fuori da ogni contesto europeo. Niente di più inesatto: in tutta Europa, ogni giorno si possono notare nuovi segnali di spinte indipendentiste, ovviamente oggi più che mai legittimate dalla crisi economica globale che si è innestata su quella politica, comunque già in atto in tutti gli Stati unitari di ottocentesca formazione.
Ad esempio, in Catalunya, regione del Regno di Spagna che spesso viene portata a paragone con la Lombardia per condizioni simili di carattere socio-economico, ampi settori culturali e perfino un personaggio "pubblico" come Joan LaPorta, grande imprenditore e presidente del prestigioso Barcelona FC, si schierano a favore di un Referendum di Autodeterminazione per il Popolo catalano.
In Scozia, il Governo locale presieduto dal leader dello SNP Alex Salmond porta avanti con determinazione il progetto di un Referendum similare, per ottenere la separazione dal Regno Unito.
Ed allora, perché non seguire la stessa strada qui in Lombardia?
Certamente, il primo passo è quello di ricostruire un sentimento nazionale Lombardo, quasi scomparso dopo più di un secolo di unitarismo e di tentativo di cancellazione sistematica di ogni forma linguistica, culturale e sociale Lombarda portato avanti dallo Stato Italiano.
Ma, come sosteneva il grande scrittore JRR Tolkien, le radici profonde non gelano e dalla nostra Terra rinasce un vento di Libertà.
l'occasione migliore per dare un primo segnale in tal senso, ci si presenta nell 'immediato:
DICIAMO NO ALLE ELEZIONI REGIONALI INDETTE A ROMA E AI PARTITI CHE RAPPRESENTANO LA POLITICA ITALIANA, ANCHE E SOPRATTUTTO A COLORO CHE , VERI LUPI TRAVESTITI DA AGNELLI, DA ANNI INGANNANO I LOMBARDI PROMETTENDO LIBERTA' PER TENERLI PIU' SCHIAVI DI PRIMA.
VIA DALL'ITALIA
17 febbraio 2010
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Anche negli appuntamenti di politica internazionale, come il recente incontro
in Israele tra Berlusconi e le autorità politiche del paese, la politica
italiana si conferma in tutta la sua peculiare inconsistenza.
Se infatti da molto tempo la penisola è supinamente asservita alle politiche statunitensi, allo stesso modo si dimostra incapace di porsi
come un interlocutore deciso e forte in uno scenario internazionale in così
repentino mutamento.
Credo che viviamo (purtroppo) nell'unico paese al mondo che è capace
contemporaneamente di essere amico o alleato degli USA, della Russia, della
Libia, della Palestina, di Israele e a volte anche dell'Iran (solo quando fa
comodo all'affarismo dell'economia nazionale naturalmente).
Queste conclusioni tragicomiche non sono frutto dell' “anomalia Berlusconi”
che è solo un pretesto giornalistico per mascherare la vera anomalia da cui
tutte quelle particolari discendono: il risorgimento e la forzata “unità”
italiana.
Così anche gli argomenti sciorinati nel corso delle conferenze-stampa
rispecchiano il trito e ritrito luogocomunismo dei benpensanti incapace di
distinguersi dalla mens della marmaglia europeista ostile alla Lombardia e alle
altre piccole patrie europee.
Non si capisce poi perché Israele abbia diritto
ad entrare in Europa dal momento che culturalmente e geograficamente
non c'entra nulla con il nostro continente e ancora meno con l'Europa che noi indipendentisti abbiamo in mente.
Ufficio politico
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Alla ripresa dei lavori politici dopo le Feste Natalizie, il mondo politico lombardo e milanese nello specifico è impegnato nella soluzione di un dilemma di carattere epocale: intitolare o no una via a Bettino Craxi.
Dibattiti televisivi, dichiarazioni sulla carta stampata, persino manifestazioni pro o contro, quasi fosse questo il problema principale per i cittadini Lombardi, sempre più strangolati da una crisi che neppure i brindisi di fine anno hanno fatto passare in secondo piano, anzi….
Ora, a parte il giudizio di carattere processuale sul personaggio in oggetto, quello che il Fronte Indipendentista Lombardia intende sottolineare e' che pare incredibile la necessità di intestare una via della Capitale Lombarda all'ennesimo ex-Presidente del Consiglio dello Stato centrale, quasi fosse necessario rimarcare una volta di più la sudditanza della Lombardia nei confronti di Roma.
Nella fattispecie, Bettino Craxi mai si distinse per provvedimenti a favore della cittadinanza Milanese o Lombarda, della sua Cultura o della sua Tradizione, se vogliamo stendere un velo pietoso sull'abitudine di strimpellare canzoni appartenenti al patrimonio cittadino durante le riunioni fra amici, un vezzo più che un segno di appartenenza.
Milano, la “Milano da bere” degli anni del suo “regno”, fu trasformata da città operosa e modello di senso civico a suk mediterraneo, dove traffici di ogni genere furono gestiti da una delle peggiori classi politiche mai viste che impose un sistema del tutto italiano di far politica ed amministrare la cosa pubblica.
Ecco perché rispondiamo ai proponenti: N O GRAZIE, MILANO E LA LOMBARDIA HANNO GIA' DATO.
VIA DALL'ITALIA
15 gennaio 2010
L'Ufficio Politico del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Durante l' ultima riunione del Consiglio Nazionale del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA del 14 Dicembre u.s., e' stata presa una decisione in merito alle Elezioni Regionali che si svolgeranno nella prossima primavera 2010.
E' stato infatti stabilito che il principio che seguirà il FRONTE sarà quello dell' ASTENSIONE ATTIVA.
Questo significa che il FRONTE, rifiutando per principio ogni appartenenza alla politica italiana, non entrerà a far parte del teatrino del finto bi-polarismo, del gioco meschino delle alleanze e della ricerca a tutti i costi del posticino al caldo per qualche suo dirigente, spettacolo disgustoso al quale i Lombardi sono ormai abituati.
Verrà invece portata avanti la propaganda di carattere indipendentista, che troverà il suo sbocco logico in una forma di espressione di voto che contesti lo Stato centralista italiano e dimostri ai governanti di questa infausta repubblica quanto i cittadini Lombardi sono stanchi dello strapotere romano e di quello dei suoi collaborazionisti in sede locale.
Crisi economica con perdita di migliaia di posti di lavoro, devastazione del territorio, totale perdita di valori etici e morali, malaffare diffusissimo, centri urbani piccoli e grandi consegnati nelle mani delle bande criminali di ogni tipo e provenienza.
Tutti motivi questi che da soli basterebbero a contestare ogni tipo di elezione indetta dallo Stato centrale.
A tutto questo si aggiunge la consapevolezza che i Lombardi sono finiti in mano ad una Casta di politici senza valori, che usano il loro potere pubblico per illeciti arricchimenti personali.
Ecco perché sale con sempre più forza sul territorio lo slogan del FRONTE:
VIA DA ROMA, VIA DALL'ITALIA, LOMBARDIA LIBERA ED INDIPENDENTE
L'Ufficio Politico del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
23 dicembre 2009
19 dicembre 2009
Era già cosa nota l´assoluto potere di Comunione e Liberazione sul settore Sanità della Regione Lombardia, solo nominalmente retto da un leghista, la cui unica credenziale pare sia stata il fatto di essere il medico personale del leader del Carroccio.
Le recenti inchieste giudiziarie che hanno coinvolto personaggi legati al movimento che fa riferimento al Presidente Formigoni, le polemiche a suo tempo con il precedente assessore, Alessandro Ce´, accusato di rompere le uova nel paniere ciellino, la scandalosa gestione clientelare delle nomine di pertinenza regionale e degli accrediti a privati, sono solo alcune delle cartine di tornasole finora emerse.
Nei giorni scorsi il settimanale L´Espresso ha pubblicato la notizia della sospensione di un alto dirigente regionale, reo di aver denunciato in un libro lo strapotere di CL nell´amministrazione pubblica lombarda.
Giova ricordare che il bilancio di tale settore assomma a quasi 20 MILIARDI DI EURO e che quindi riguarda oltre il 70% dell´intero consuntivo lombardo.
PER QUESTO IL FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA DICE BASTA CON LA PIOVRA CIELLINA E CON LE COMPLICI COPERTURE DA PARTE DI COLORO CHE SI PRESENTANO SUL TERRITORIO COME I DIFENSORI DEGLI INTERESSI DEI LOMBARDI, MENTRE SERVONO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE ROMA ED I SUOI AFFARI.
VOGLIAMO UN SERVIZIO SANITARIO LOMBARDO, PAGATO DAI LOMBARDI, GESTITO DA PERSONE ONESTE, TRASPARENTI, SLEGATE DALLA POLITICA PARTITICA ITALIANA, VERO CANCRO CHE STA STRANGOLANDO LA TERRA LOMBARDA.
L´Ufficio Politico del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
5 dicembre 2009
Salutacions als nostres amics de Unitat Nacional Catalana en el dia del Congres pels dirigents i militants del Front per la Independència de la Lombardia, amb l'esperança que les nostres terres protegides per la bandera de Sant Jordi, guanyaran la llibertat de l'ocupació estrangera
Catalunya lliure
Lombardia lliure
il Portavoce
Piergiorgio Seveso
28 novembre 2009
Ferrera di Varese: LOMBARDIA AUTONOMA, un lontano ricordo.
Scottati da un´esperienza politica che, brandendo le armi dell´autonomismo regionale, ha annacquato le istanze nazionali lombarde in un magma di opportunismi rionali e di carrierismi smaccati, il gruppo consiliare di " Fronte Nord - Lombardia Autonoma" di Ferrera di Varese a partire dal 28 novembre 2009 muterà nome in FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, una sigla efficace che esprime la continuità con i valori che hanno fatto muovere i primi passi al nostro Movimento.
Nel tentativo di declinare le istanze nazionaliste della nostra amata Lombardia in ambito comunale, il gruppo consigliare si impegnerà nella rivalutazione sociale, economica e ambientale di uno dei comuni più caratteristici dell´alta provincia varesina, con spirito di servizio e profondo rispetto verso la realtà locale.
Consideriamo così la nostra esperienza a Ferrera come uno dei primi piccoli ma inesorabili passi per far crollare l´occupazione culturale e politica dell´unionismo italiano nella nostra bella terra lombarda.
Il Gruppo consiliare
Matteo Vasco Alberti
Andrea Filippi
Marco Scaglioni
Piergiorgio Seveso
Lombardia libera !
25 novembre 2009
Sabet ch´el vegna, ventott de november, a Venezia la gh´avarà loeugh ona manifestazion voruuda da l´associazion cultural Raixe Venete, per difend la lengua veneta e per domandà de podèla insegnà in di scoeul de la region.
El Front per l´indipendenza de la Lombardia, che da quand che l´è borlaa foeura dal niasc ha creduu de dovè desquattà l´identità desmentegada de la gent lombarda in armonia cont tutt i olter popoi d´Europa, el voeur idealment vess part de che la manifestazion là, confermand el sò battiman per che l´associazion chì che l´è semper stada impegnada in de la riscoperta di tradizion venet.
El se pò minga desmentegass che vun di frutt pussee tossegh de la unificazion italiana, ottegnuda cont tutt i mezz possibil e contra el vorè de la gent di terr conquistaa, l´è staa proppi de minga lassà doprà la lengua local, per fà foeura i tradizion e i cultur originari ch´avarien poduu vess on baluard contra l´invasor.
Tela chì la reson per la qual, in d´on moment quand che da per tutt i canton del mond la se desseda la voeuia d´alzà la vus per domandà respett per el patrimoni cultural de tutt i popolazion, el Front per l´indipendenza de la Lombardia el voeur fà soa che la domanda chì:
RISPETT PER LA LENGUA LOMBARDA
INTRODUZION DEL BILINGUISMO IN SUL TERRITORI LOMBARD
L´Uffizi politegh del Front per l´indipendenza de la Lombardia
COMUNICATO FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
IN DIFESA DELLE LINGUE LOCALI
Sabato 28 novembre prossimo si svolgerà a Venezia una manifestazione indetta dall´Associazione Culturale Raixe Venete, in difesa della Lingua veneta e con la richiesta dell´insegnamento della stessa nelle scuole di quella Regione.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, che dalla sua nascita si prefigge la riscoperta identitaria del Popolo Lombardo in armonia con tutti gli altri Popoli d´Europa, non può che aderire idealmente a tale manifestazione,rimarcando il suo plauso per questa benemerita Associazione che tanto ha fatto per la riscoperta dell´identità Veneta.
Come non rimarcare che uno dei frutti avvelenati dell´unificazione italica, ottenuta con ogni mezzo e travalicando la volontà popolare delle regioni annesse, è stato proprio costituito dalla cancellazione forzata dell´uso della lingua locale, nel segno dell´annullamento delle tradizioni e delle culture originarie che avrebbero rappresentato un baluardo contro gli occupanti.
Ecco perché, in un momento storico che vede da ogni parte del Continente e del Mondo intero alzarsi alta la voce di chi chiede rispetto per il patrimonio culturale di ogni popolazione, il Fronte Indipendentista Lombardia fa sua tale richiesta:
RISPETTO PER LA LINGUA LOMBARDA
INTRODUZIONE DEL BILINGUISMO SUL TERRITORIO LOMBARDO
L´Ufficio Politico del Fronte Indipendentista Lombardia
24 novembre 2009
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, attivo dal 2006 e già presente alle Elezioni Politiche dell'anno 2008, ha recentemente ripreso con nuovi Dirigenti e nuove energie la sua opera di sensibilizzazione della cittadinanza alla tematica indipendentista.
Le operose genti della Brianza non meritano di essere rappresentate da una casta politica troppo legata al centralismo e che sta vanificando tutti i risultati raggiunti grazie agli sforzi e ai sacrifici di generazioni intere di uomini e donne brianzoli, che avevano portato questa porzione di Lombardia ad essere ai vertici mondiali in molti campi dell'economia.
La nostra Terra non può essere devastata ulteriormente da speculatori senza scrupoli, legati a doppio filo con coloro che dovrebbero amministrarci, garantendo a noi, ma soprattutto ai nostri figli, la vivibilità del territorio ed il rispetto della legalità.
In questa ottica, abbiamo da tempo appuntato la nostra attenzione sulla città di Desio, uno dei centri più importanti della Brianza dove, come sta emergendo giorno dopo giorno, tutti mali della politica di stampo centralista stanno venendo a galla, anche a causa della poca attenzione prestata negli ultimi anni da quei movimenti che si dicono localisti e che quindi più di altri avrebbero dovuto difendere il territorio e i suoi abitanti.
Contiamo quindi di essere da questo momento sempre più presenti in questa porzione di Brianza, facendo appello a quelle forze che, in sede locale, stanno portando avanti una meritoria attività di informazione della popolazione e di pubblica denuncia delle malapolitica, nonché a tutti coloro che mostrano sensibilità alla problematica autonomista.
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
frontelombardia@gmail.com
L' “esportazione della democrazia” in Afghanistan.
Nei giorni scorsi i media mondiali ci hanno informato sulla soluzione delle Elezioni Presidenziali Afghane, con la riconferma del Presidente uscente Karzai, dopo che erano stati evidenziati brogli e che il ballottaggio previsto era stato annullato per rinuncia dell'altro contendente.
Ora, in merito a tutto ciò e alla chiara ingerenza dell'ONU per arrivare a tale soluzione, Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, ritenendo che si debba essere molto attenti anche a quello che si verifica in ogni parte del Globo per impostare una battaglia di carattere indipendentista anche nella nostra Regione, non può non osservare come, anche in questo caso, le legittima aspirazione di un Popolo sia stata tradita ed osteggiata proprio dall' intervento di quell'Organizzazione che nel 1966 sancì il diritto di ogni Popolo di autodeterminarsi e scegliersi i propri governanti.
E' altrettanto evidente come ormai l'ONU, nata per dirimere le questioni internazionali ed evitare conflitti, sia divenuta negli ultimi anni il comodo paravento della volontà delle potenze atlantiche di sottomettere le regioni geo-strategicamente importanti e quindi privare le popolazioni di quelle terre del sacrosanto diritto di decidere in merito al proprio futuro.
Invitiamo quindi a questa riflessione anche i Lombardi, in modo che si rendano conto che non solo contro l'occupante italiano dovremo impostare il nostro impegno politico, ma anche contro i gendarmi del mondo che tenteranno di tutto per mantenere lo status-quo anche nelle nostre Terre, certi di avere sempre Roma come loro servile alleata.
L'Ufficio Politico del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
23 novembre 2009
(12 novembre 2009)
E' abbastanza difficile portare in piazza i comaschi che, come noto, sono persone riservate, distaccate e molto razionali.
Se Bruni e compagnia cantante ci sono riusciti è perchè l'hanno fatta davvero grossa.
Ovviamente ci riferiamo al famigerato muro sul lago.
Questa situazione ha creato l'occasione per dimostrare che i comaschi sono fuori dagli stracci non solo allo stadio, ma nella vita di tutti i giorni...
Giustamente si stanno ribellando ad un sindaco, ad una giunta e ad un consiglio che si sono rivelati incapaci di governare Como.
E non mi riferisco solo alla questione del muro, che è solo l'ultima di una lunga serie.
Mi riferisco alla Ticosa, alla viabilità, alla manutenzione delle strade, e a tante altre situazioni che stanno esasperando i cittadini.
Tutto questo si genera quando chi dovrebbe governare una città, amandola e rispettandola, invece si fa gli affari suoi, pensa al prestigio personale, o alla carriera nella polichetta ita(G)liana.
E per fare questo manda completamente in rovina una città gioiello come la NOSTRA.
Cari comaschi, è ora di tirare fuori le palle: Como è la nostra città e NOI vogliamo viverla appieno, vogliamo vederla risplendere, vogliamo renderla vivibile.
Il lago è nostro e noi vogliamo vederlo in ogni sua parte, vogliamo riaverlo com'era una volta, senza muri e senza barriere, senza inquinamento e sporcizia.
Solo un sindaco che appartiene a Como può voler bene alla sua città, vuole vederla al massimo delle sue potenzialità, la vuole coccolare.
Un sindaco comasco che sappia capire e apprezzare il valore della città che ha tra le mani e che non la sfrutti per fare carriera, e che non sia messo lì solo perchè amico di questo o di quell'altro o perchè facente parte della nota lobby di Comunione e Liberazione.
Comaschi ribelliamoci, riprendiamoci la nostra città e gestiamola come merita.
Fronte Indipendentista Lombardia
Como
(11 novembre 2009)
Il mondo politico della Repubblica Italiana è in questo periodo in grande fermento, non per risolvere i quotidiani problemi delle sventurate popolazioni che la abitano, ma in preparazione delle Elezioni Regionali che si svolgeranno nel 2010.
E qui, in chiave indipendentista, occorre fare un'osservazione sulle differenti situazioni che si verificano in due Regioni vicine e per molte ragioni simili, la Lombardia e il Veneto.
Dalle indiscrezioni che si possono cogliere nell'ambiente politico, in Veneto potrebbero essere ben tre le liste presenti alla competizione elettorale che si richiamano a Movimenti Indipendentisti o Venetisti, mentre nella nostra Lombardia non ci sarà alcuna lista di tale genere. Ecco, è proprio su questo che vorremmo invitare alla riflessione, non certo per supportare una candidatura del nostro recentemente rinato Movimento, ma perché questa è un'anomalia assolutamente unica nell'ambito dell'Europa delle Piccole Patrie.
Ovunque Movimenti indipendentisti partecipano alle Elezioni di carattere regionale raccogliendo il consenso di coloro che desiderano affrancarsi dal potere dello Stato centrale e centralista; solo i Lombardi non sono riusciti finora a coagularsi intorno ad un progetto di tale respiro.
Forse perché, paragonandoci al caso Veneto, è mancata l'azione di quelle benemerite associazioni culturali, che hanno contribuito al rilancio dell'Identità e della Lingua Locale a livello regionale.
Pensiamo solo agli eventi e alle mobilitazioni indette da Raixe Venete e forse comprenderemo il perché del proliferare di Movimenti politici Venetisti nella vicina Regione.
Ecco allora quale può essere l'indicazione per un'azione incisiva del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA: azione politica, ma anche di risveglio culturale del Popolo Lombardo e quindi anche la promozione di un bilinguismo negli atti politici, in modo da risvegliare i Lombardi, che negli ultimi decenni sono stati letteralmente addormentati dalla retorica italianista.
Fare un tentativo, in poche parole, forse l'ultimo possibile, per convincere i Lombardi ad affrancarsi anche da coloro che, autonomisti a parole, non hanno a cuore il benessere della nostra Terra ma di regioni più assolate e lontane, e che difendono gli interessi di coloro che ci hanno sempre derubato.
Piergiorgio Seveso
Portavoce Nazionale
LOMBARDIA LIBERA
(11 novembre 2009)
Come nelle più orrende cerimonie precolombiane anche l'ita(g)lia, entrando il 24 Maggio 1915 in guerra, richiese il tributo di sangue ai suoi “figli” con cui nutrire le sue diaboliche brame.
Salvo il rispetto per tutti i caduti e per chi credeva davvero di combattere per la propria Patria (non ultimo il nostro padre Gemelli), crediamo sia lecito domandarsi a decenni di distanza quale siano state le motivazioni che possano giustificare la morte di 15 milioni di persone.
Per cosa la nostra gente combatteva con i fucili dei carabinieri puntati alle spalle?
Per cosa il sanguinario Cadorna mandava alla morte tanti giovani ignari?
La verità si cela ben oltre la cortina di fumo sparsa da cinquant'anni di storiografia tendenziosa.
La prima guerra mondiale fu un passaggio essenziale del progetto massonico di impiantare il “Novus ordo seclorum” in Europa, dopo esserci riusciti con efficacia negli USA, mediante la distruzione dell'Impero Asburgico, ultima traccia (per quanto sbiadita) del Sacro Romano Impero e dell'Europa dei secoli d'oro del cristianesimo.
L'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 Giugno 1914 fu attentamente pianificata nelle logge massoniche cui aderivano gli irredentisti serbi della “Giovine Bosnia”, tanto che prima di essere ucciso dal giovane “serbo” Gavrilo Princip l'arciduca scampò al lancio di una bomba a mano: quel giorno l'arciduca doveva morire!
Così tutti gli Stati d'Europa finirono per entrare in guerra, trascinativi dalle potenti elitès finanziarie massoniche, pensando che lo scontro si sarebbe risolto in pochi mesi: pagarono con la loro esistenza questo errore di valutazione!
L'impero ottomano, indebolito dal conflitto, fu distrutto dai massoni “Giovani Turchi”; l'impero russo travolto dal comunismo bolscevico, i cui quadri dirigenziali pullulavano di elementi “russi” solo di lingua, l'Impero asburgico completamente distrutto e smembrato.
Le altre nazioni, infine, accettarono l'istituzione della Società delle Nazioni, organismo sovranazionale con la quale il “fratello” Wilson avrebbe voluto instaurare il governo massonico mondiale.
Si compiva così il tragico destino dell'Europa… non festeggiate, oh Ita(g)liani, ma piangete, piangete sopra le ceneri del continente che avete aiutato a morire!
L'Ufficio Politico del Fronte Indipendentista Lombardia
Abbiamo appreso tramite un sito internet della probabile costituzione di un fantomatico Fronte
Autonomista Lombardia, creato da sedicenti autonomisti con l’evidente scopo di creare difficoltà al
nostro Movimento.
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, nato nel 2006 per riaffermare l’onestà
intellettuale dei propri componenti e per ribadire la loro chiarezza d’intenti e che ha ripreso l’attività
politica recentemente per gli stessi motivi, non può che denunciare questa ridicola manovra messa
in atto da personaggi ormai totalmente immersi nel gioco della politichetta italiana, che pensano di
turlupinare per l’ennesima volta i Lombardi con sigle fasulle ed ingannatorie, avendo come
riferimento non la Lombardia, ma Roma e Catania.
Siamo comunque certi che queste manovrette di basso rango non avranno alcun successo, in quanto
i Lombardi sono stufi di essere presi per il naso da costoro ed hanno capito che la fiducia non si
ottiene creando nuove scatole vuote ogni settimana, ma lavorando seriamente sulle problematiche
che attanagliano la nostra bella Terra e le sue Genti.
L'Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, già presente alle Elezioni Politiche dell’anno 2008, riprendecon nuovi Dirigenti e nuove energie la sua opera di sensibilizzazione della cittadinanza alla tematica
indipendentista.
Le operose genti della Brianza non meritano di essere rappresentate da una casta politica troppo legata al centralismo e che sta vanificando tutti i risultati raggiunti grazie agli sforzi e ai sacrifici di generazioni intere di uomini e donne brianzoli, che avevano portato questa porzione di Lombardia ad essere ai vertici mondiali in molti campi dell’economia.
La nostra Terra non può essere devastata ulteriormente da speculatori senza scrupoli, legati a doppio filo con coloro che dovrebbero amministrarci, garantendo a noi, ma soprattutto ai nostri figli, la vivibilità del territorio ed il rispetto della legalità.
Ecco perché il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA è nato e , situandosi oggi per programmi e metodo nel grande filone indipendentista delle Piccole Patrie europee, inizia la sua azione anche sul territorio di Monza e della Brianza, chiamando a raccolta coloro che, nel più grande rispetto delle tradizioni brianzole, vogliono contribuire al rilancio delle aspirazioni di questo territorio, in una battaglia che non guarda certo al passato ma ad un futuro di Libertà e prosperità.
FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA
Sez. Monza e Brianza
Resp. Alberto Schiatti
Per contatti cell 3496468132 – mail a.schiatti@tiscali.it
Comunicato stampa del Fronte Indipendentista Lombardia sulle dimissioni del sindaco di Lecco
Antonella Faggi.
Non ci interessa spendere fiumi di inchiostro per commentare la vicenda delle dimissioni del
sindaco di Lecco Antonella Faggi. D’altronde l’episodio non è altro che uno dei tanti a cui una
certa politica piccina all’italiana ci ha purtroppo abituati in questi ultimi anni. Merita però che sia
portata all’attenzione dei lecchesi e di tutti gli abitanti della provincia la situazione disastrosa in cui
versa in nostro amato capoluogo. Mentre i politicanti litigano e si azzuffano per ridicole beghe
partitiche, la città di Lecco, fiore all’occhiello della Lombardia settentrionale, muore ogni giorno di
più. E’una città ormai esangue, distrutta dalla cementificazione selvaggia che nulla ha risparmiato e
da un’amministrazione assai poco lungimirante (come i fatti di questi giorni del resto dimostrano).
Il Fronte Indipendentista Lombardia chiama a raccolta tutti i lecchesi affinché si risollevino le sorti
della nostra amata terra, altrimenti non ci rimane che augurare a Lecco almeno una buona morte. In
requiem.
Fronte Indipendentista Lombardia
Provincia di Lecco
Il Fronte Indipendentista Lombardia ha ripreso il suo cammino che si era
temporaneamente interrotto nell'ottobre 2008, quando aveva aderito al cartello politico denominato
"Lombardia Autonoma". Ora, cambiata completamente la dirigenza e lasciato quel cartello, il
Fronte ha ripreso il suo cammino con un senso di grande liberazione:
-liberazione da una leadership ingombrante, inefficace e totalmente
autoreferenziale che aveva inibito per anni ogni vera possibilità di intavolare un discorso politico
originale e autentico con la cittadinanza.
-liberazione da una frenesia elettoralistica che aveva posposto e annichilito qualsiasi altro discorso.
-liberazione dalle etichette che ci cucivano addosso: tipo "leghetta
protestataria", "duri e puri". Non c'entriamo nulla con la Lega, nè con le sue posizioni e battaglie.
Siamo frontisti e basta.
Ora vogliamo, ribadendo il nostro forte interesse per il discorso
dell'autodeterminazione del popolo lombardo, sulla scia delle grandi esperienze
dell'indipendentistmo europeo (basco, catalano, fiammingo, bretone...), mostrare attenzione ai
problemi del territorio, cercando di essere, nel nostro piccolo, i difensori della cittadinanza nei
confronti della partitocrazia romana o meglio italiana (di cui sia Lega Nord che MPA sono
esemplari manifestazioni).
Sarà un discorso quindi di medio-lungo termine: nel frattempo saremo fuori
da TUTTI i giochi della politichetta varesina e lombarda, e, ben contenti,
intenderemo rimanerci.
Ufficio Politico
Fronte Indipendentista Lombardia
Egregio Direttore,
abbiamo letto l´intervista pubblicata dal quotidiano da lei diretto con Max Ferrari, ex portavoce del
nostro Movimento e ci corre l'obbligo (morale ben prima che politico) di fare alcune precisazioni.
Innanzi tutto il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA non si è assolutamente spaccato. Il
suo Consiglio Nazionale, riunito presso la sede di Lainate (MI) il 15 Ottobre scorso per il rinnovo
delle cariche ormai scadute come da Statuto, ha preso atto, con la maggioranza assoluta dei suoi
membri, che la decisione di entrare in "LOMBARDIA AUTONOMA", a suo tempo presa e
condivisa, doveva essere rivista a causa della mutazioni sopravvenute in seno allo stesso cartello
politico.
Infatti, in una riunione del vertice di tale raggruppamento è stato deciso di cambiare il nome ed il
logo dello stesso in LEGA PADANA-Lombardia Autonoma, nonostante il parere contrario della
nostra Dirigenza e Militanza più volte espresso, con un´operazione che, secondo noi, mira al
passato e non al futuro, e cioè all´intercettazione del voto errato o confuso, e non a quello di coloro
che guardano con favore all´Indipendenza della nostra Terra. Questa operazione ha previsto inoltre
l´abolizione dal logo anche dell´ultimo simbolo caratterizzante il Fronte all´interno dell´alleanza.
Non quindi "quattro amici idealisti al bar", come l'intervista vorrebbe suggerire ma un movimento
politico che, pur se minoritario, persegue con coerenza i propri fini statutari, nello spirito che ha
animato la sua fondazione.
Quanto poi all´adesione di Max Ferrari al MPA di Raffaele Lombardo, al ritorno all´interno del
Polo di centrodestra e al suo nuovo feeling con la Lega Nord, pensiamo di non dover sprecare
parole che risulterebbero superflue. La diffusione del pensiero Indipendentista va ben oltre i tristi e
triti giochetti di carattere elettoralistico che si vogliono mettere in atto, in una ormai parossistica
logica di partecipazione ad ogni tornata elettorale di qualsiasi genere indetta sul suolo della
Repubblica italiana.
Per cui il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA ha deciso di riprendere la propria strada
in totale autonomia con lo scopo per cui era nato: diffondere il pensiero Indipendentista fra la gente
Lombarda, ormai stufa e delusa da coloro che cercano solo consenso per fini personali.
PIERGIORGIO SEVESO
Portavoce nazionale
Nel triste anniversario, celebrato nei giorni scorsi, del bombardamento anglo-americano del
quartiere di Gorla, in Milano, il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA, nel rivolgere il
proprio pensiero ai Milanesi vittime di tale efferato ed ingiustificato atto bellico che nell’Ottobre
1944 porto’ la morte nella Capitale Lombarda, non puo’ che riaffermare l’augurio che mai più
guerre di altri dovranno insanguinare la Terra Lombarda.
Nei secoli, troppe volte i Lombardi sono stati vittime delle ambizioni altrui ed e’ quindi giunto il
momento di dire BASTA. Non ci interessa da che parte sta la ragione ed il torto, ma MAI PIU’ i
Lombardi dovranno piangere i loro figli massacrati da eserciti che combattono le LORO guerre sul
NOSTRO Suolo.
Milano 26 Ottobre 2009
Il portavoce PIERGIORGIO SEVESO
Il FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA , che da pochi giorni ha deciso di riprendere la
propria attivita’ politica ricominciando a diffondere l’idea Indipendentista nelle vie e nelle piazze di
Lombardia, non puo’ che essere al fianco delle Associazioni e dei Movimenti Venetisti che in questi
giorni stanno ricordando l’infausta data del 20-21 Ottobre 1866, giorno in cui venne indetto il
cosiddetto plebiscito per l’adesione al nascituro Stato italiano.
Ormai la coltre delle nebbie sparse in abbondanza dallo Stato occupante per non far conoscere le
modalita’ e le irregolarita’ con cui venne effettuata tale consultazione e’ stata dipanata da storici
coraggiosi e rispettosi della verita’.
Questa vera e propria truffa perpetrata ai danni del Popolo Veneto e’ stata smascherata e ora la
libera voce dei Patrioti Veneti puo’ alzarsi forte e chiara nel denunciare tale ingiustizia, che fu il
punto di partenza della grave crisi che colpi’ il Veneto negli anni successivi, causando poverta’,
arretratezza ed il doloroso fenomeno emigratorio, che spinse i Veneti a raggiungere i lidi piu’
lontani per cercare di sopravvivere.
Ancor oggi, un potere pervasivo e senza volto, continua ad utilizzare le maschere di un suffragio
universale manipolato per meglio esercitare affari e latrocinii sulla pelle dei popoli.
Milano 26 Ottobre 2009
Il Portavoce
PIERGIORGIO SEVESO
Nel giorno della rinascita del FRONTE INDIPENDENTISTA LOMBARDIA e della ripresa
dell’attività politica su basi rinnovate e rinnovati dirigenti, ma sempre con solo un ultimo fine,
l’Indipendenza della Terra Lombarda e del suo Popolo, il Consiglio Nazionale riunito a Lainate
(MI) non può che esprimere la propria solidarietà e quella di tutti i Militanti ad ARNALDO OTEGI
e agli altri esponenti indipendentisti Baschi, incarcerati nei giorni scorsi su ordine della magistratura
spagnola.
Atti come questo non contribuiscono certo alla convivenza civile, ma anzi riportano la situazione ad
anni bui, dove la repressione giudiziaria era l’unico mezzo usato per risolvere il conflitto basco.
Come non riusciranno a far tacere OTEGI e i suoi compatrioti, non riusciranno a far tacere più a
lungo la voce dei Popoli d’Europa che reclamano a forza il proprio diritto all’Autodeterminazione.
Fronte Indipendentista Lombardia
GORA EUSKAL HERRIA - LOMBARDIA LIBERA

001 Comunicato Otegi - Fronte Indipendentista Lombardia
002 Comunicato Plebiscito Veneto - Fronte Indipendentista Lombardia
003 Comunicato su Gorla - Fronte Indipendentista Lombardia
004 Lettera del Portavoce Nazionale alla Prealpina - Fronte Indipendentista Lombardia
005 Comunicato Ufficio Politico1 - Fronte Indipendentista Lombardia
006 Comunicato Lecco - Fronte Indipendentista Lombardia
007 Comunicato Monza-Brianza - Fronte Indipendentista Lombardia
008 Comunicato Ufficio Politico2 - Fronte Indipendentista Lombardia
009 Comunicato per l'anniversario della Prima Guerra Mondiale - Fronte Indipendentista Lombardia
010 Lombardia e Veneto due realtà polemiche a confronto - Fronte Indipendentista Lombardia
011 Difficile portare in piazza i Comaschi - Fronte Indipendentista Lombardia
012 Una Lezione dal lontano Oriente - Fronte Indipendentista Lombardia
013 Tematica Indipendentista - Fronte Indipendentista Lombardia
014 Defendumm i Lenguv Locai - Fronte Indipendentista Lombardia
015 Lombardia Autonoma un lontano ricordo - Fronte Indipendentista Lombardia
016 Salutacions als nostres amics de Unitat Nacional Catalana - Fronte Indipendentista Lombardia
017 Basta con la Piovra Ciellina - Fronte Indipendentista Lombardia
018 Elezioni Regionali Lombarde 2010 NO GRAZIE - Fronte Indipendentista Lombardia
019 Milano Via Bettino Craxi No Grazie - Fronte Indipendentista Lombardia
021 Nota sulla politica estera - Fronte Indipendentista Lombardia
022 Irriducibili Sognatori - Fronte Indipendentista Lombardia
023 Le sterili polemiche non ci interessano ma... - Fronte Indipendentista Lombardia
024 Ernesto Galli della Loggia - Fronte Indipendentista Lombardia
025 Figli primogeniti e figli della serva - Fronte Indipendentista Lombardia
026 Bicentenario Hoferiano - Fronte Indipendentista Lombardia
027 Alle Elezioni Regionali Lombarde fai sentire la tua voce - Fronte Indipendentista Lombardia
028 La Democrazia delle Marionette - Fronte Indipendentista Lombardia
029 La Grande Menzogna (12-febbraio-2010) - Fronte Indipendentista Lombardia
030 Una conferenza antimassonica a Milano - Fronte Indipendentista Lombardia
031 Europa: L'Indipendentismo Vola - Fronte Indipendentista Lombardia
032 Basta confusione
033 Segnali Positivi dalle urne in Lombardia - Astensionismo - Fronte Indipendentista Lombardia
034 Commento ai risultati elettorali - Fronte Indipendentista Lombardia
035 Max Ferrari ovvero della Propaganda - Fronte Indipendentista Lombardia
036 Solidarieta agli indipendentisti baschi - Fronte Indipendentista Lombardia
037 Sindaci con il cappello in mano - Fronte Indipendentista Lombardia
038 25 Aprile Festa di S.Marco
039 Giuseppe Garibardi tra camicie rosse e sottovesti - Fronte Indipendentista Lombardia
040 Napolitano e l'intoccabilità del risorgimento - Fronte Indipendentista Lombardia
041 Expo 2015 Buon appetito - Fronte Indipendentista Lombardia
042-Bobby-Sans - Fronte Indipendentista Lombardia
043-Terrorismo-liberale - Fronte Indipendentista Lombardia
044-Fare-Controstoria-1 - Fronte Indipendentista Lombardia
045-Fare-Controstoria-2 - Fronte Indipendentista Lombardia
046-La-democrazia-delle-marionette - Fronte Indipendentista Lombardia
047-Piovra-ciellina - Fronte Indipendentista Lombardia
048-24-Maggio-1915 - Fronte Indipendentista Lombardia
049-Siamo-alle-solite - Fronte Indipendentista Lombardia
050-Condanna dell’aggressione israeliana alla nave pacifista
051-Sardinia-boom indipendentista
052-Palermo-1860-una-conquista-All-italiana
053-Riaprite-l-italico-Pantheon
054-Gianfranco-Fini
055 Federalismo la bolla di sapone sta per scoppiare
056 Il vero volto del Conte di Cavour
057-Bossi-a-Pondida
058-La-Padania-esiste
059 Voglia di Svizzera o voglia di Altro
060 Europa Fedelale in seria crisi -risorge sempre più Indipendentismo
061 Un milione di Catalani in piazza a Barcellona - una unica richiesta - Indipendenza
062 Criminalità organizzata in Lombardia -Ecco il Sistema Italia
063 I Lombardi tirano la cinghia-e intanto la Lega -MAGNA E BEVE- a Roma